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I GAGLIOFFI SOCIAL

La comunicazione al tempo del web: si legge poco e si riflette meno

Mentre mi accingo a scrivere questo articolo, ispirato da un recente studio di un istituto di ricerca sull’analfabetismo funzionale e mentre rileggo un classico della comunicazione di Neil Postman “Divertirsi da morire”, mi accompagna un dilemma, quanti leggeranno ciò che ho scritto o andranno fino in fondo ad esso? Onestamente credo che lo faranno pochissimi, perché oggi, purtroppo, la comunicazione viaggia sui social e diventa efficace solo se espressa in slogan che trattano con becera banalità e estrema superficialità temi e questioni che necessiterebbero di profondità di pensiero. Il più delle volte è fatta da un rimbalzo di notizie che pochi si preoccupano di verificare e prodotte da anonime o interessate fonti.

Questo modo di fare informazione, ancora purtroppo, informa e costruisce le convinzioni più superficiali e quelle più profonde di una vasta platea di “webeti”, un neologismo prodotto dal giornalista Mentana per indicare tutti coloro che vagano nel web come fossero in trance e che senza conoscenze specifiche disquisiscono su tutto lo scibile umano e si scagliano con virulenza, con toni aggressivi, con cafoneschi e sprezzanti toni da gaglioffo contro chi si permette di mettere in dubbio le loro convinzioni.

Tra questi ci sono i così detti analfabeti funzionali, venuti alla ribalta per una indagine apparsa da ultimo sulla stampa e sono dati preoccupanti. L’Italia, dopo la Turchia, e in particolare il sud, può vantare questo triste primato, tra i paesi europei, del maggior numero di analfabeti funzionali.

Chi sono gli analfabeti funzionali?

“Sanno leggere e scrivere, ma hanno difficoltà a comprendere testi semplici e sono privi di molte competenze utili nella vita quotidiana. Hanno più di 55 anni, sono poco istruiti e svolgono professioni non qualificate. Oppure sono giovani che non studiano né lavorano.

Sono gli analfabeti funzionali o low skilled e in Italia sono più del 47% della popolazione.

 Con questo termine si indica l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana: non sono in grado di comprendere le istruzioni di un frullatore, credono all’opinione di chiunque senza informarsi e ancora non sanno distinguere la figura del giornalaio da quella del giornalista.

 In generale, la diffusione di questo fenomeno deriva da radici politiche, sociali e dal livello di istruzione, ma ciò non implica che i laureati non possano diventare potenziali low skilled. Infatti, analfabeti funzionali non (solo) si nasce, ma si diventa. Alcuni individui, possono subire un fenomeno di retrocessione dovuto all’analfabetismo funzionale di ritorno, non sollecitando per molto tempo tutte le attività acquisite in precedenza, come la lettura, l’informazione, la creatività e lo sviluppo di un pensiero critico generale.”

(Tratto da Il Sole24 ore del 21/03/2018)

Personalmente se, entro certi limiti, posso trovare giustificazione a quelle persone che non hanno potuto conseguire un grado di scolarizzazione elevato, non trovo però giustificazioni per coloro che hanno avuto una elevata scolarizzazione anche con il conseguimento di laurea ma che pian piano si lasciano scivolare nel mare magnum dell’analfabetismo funzionale e personalmente ne ho incontrati e ne incontro tanti ai quali mi verrebbe da chiedere: ma come hai fatto a conseguire la laurea?

Cioè, questi soggetti, non riescono a capire un periodo composto da dieci parole, tanto che molte volte sono assalito da un atroce dubbio di essere io uno stupido (cosa che può anche essere probabile).

Lo dico per esperienza personale perché molte volte rimango basito ed esterrefatto nei rapporti e nei contraddittori di tutti i giorni. E pure sono persone che occupano posti di prestigio e responsabilità dai quali ci si aspetterebbe profondità di pensiero logico, riflessione, mediazione e responsabilità intesa nel suo significato etimologico di respons – abilità ossia abilità di dare delle risposte, risposte certe e non fantasiose.

Con lo stesso stato d’animo, esterrefatto e basito, assisto ad una comunicazione fatta per slogan che sollecitano solo la pancia, gli istinti e le passioni più beceri dei lettori con l’unica preoccupazione di accumulare più like possibili come se questi certificassero chissà quale bontà della loro comunicazione.

LIKE

Eppure, questa comunicazione elementare fa presa e i post vengono condivisi senza alcun spirito critico da tantissime persone, che attraverso i loro commenti contribuiscono ad alimentare un contraddittorio privo di contenuti.

Pare che i social siano diventati il cordone ombelicale con il mondo e senza di essi sembra di non esistere e che l’homo social abbia acquisito una certa superiorità sull’homo legens.

Pochi giorni fa un amico mi consigliava di essere più social suggerendomi anche notizie da pubblicare e come pubblicare portandomi ad esempio figure, molto vicine, che, dal suo punto di vista, raggiungevano facile consenso, con acquisizione di like, con la pubblicazione di immagini patinate di momenti della loro vita e amplificazione esagerata e a volte non veritiera di risultati della loro attività. Come risposta gli ho riservato un sorriso amichevole per non deluderlo.

Sarò di un’altra generazione, sarà perché la mia cultura è rimasta profondamente legata alla carta stampata, ma onestamente non mi ci vedo ad abbracciare incondizionatamente questo tipo di comunicazione. Sono contento di scrivere sul mio blog (e ancora di più su un block notes con una cara vecchia penna bic) perché qui posso argomentare con analiticità le mie osservazioni, ben sapendo, come ho scritto in apertura di questo articolo, che in pochi leggeranno, però saranno quei pochi che non hanno perso il loro spirito critico.

Ma ho notato però un’altra evidenza, che mi fa riflettere e pure tanto. Pubblicizzo i miei articoli attraverso la mia pagina facebook, non sono poi così troglodita, ma sono pochissimi coloro i quali annotano un mi piace (non perché io ne vada alla ricerca). Per converso però si impennano vertiginosamente le visualizzazioni e i visitatori sul blog. Una spiegazione ce l’ho, supportata anche da testimonianze dirette. Le visualizzazioni e i visitatori del blog rimangono anonimi mentre un mi piace su facebook è pubblico e più di uno si é giustificato privatamente con me per il fatto di non tracciare un mi piace perché “non vorrebbe esporsi” in quanto già richiamato privatamente in altre occasioni dai “bravi” del paese e per non essere oggetto di quella “orda” di webeti pronti a sferrare sguaiati attacchi contro chi mette in dubbio le capacità del Don Rodrigo di turno.  E qui, però, non siamo più nel campo dell’analfabetismo funzionale ma in quello dell’intimidazione, ben più grave e molto vicino a reati di tipo penale.

Oggi, in questo contesto, così descritto, chi legge, chi riflette, chi argomenta pare essere condannato al silenzio e alla solitudine da una massa acefala che sembra essere maggioranza. E’ scandaloso e aberrante leggere commenti sgrammaticati e sprezzanti di gaglioffi senza alcuna educazione e cultura contro post di notevoli studiosi e menti brillanti della cultura e addirittura da ultimo anche contro Papa Francesco. Personalmente non voglio arrendermi e non mi arrenderò a questa perversa logica imperante e continuerò a scrivere ed esprimere liberamente il mio pensiero senza svenderlo, come tanti fanno, per miserabili e vili scelte di opportunismo utilizzando poi la rabbia di chi si sente tradito dalla vita e dagli eventi.

Di tutta questa situazione a me non fa specie più di tanto la rabbia del deluso, che a volte prevarica anche, ma mi sorprende di più il silenzio di tanti che tacciono per paura e che pure avrebbero gli strumenti culturali per contrastare questa venefica tendenza.

Per concludere, ora, per chi non si fosse ancora stancato di leggere, farò un riferimento al libro di cui vi ho parlato all’inizio di questo articolo per poi riportare un estratto dalla premessa dell’opera con il suggerimento di fare solo un piccolo esercizio: sostituire la parola televisione, con internet, social, web e noterete l’attualità delle argomentazioni trattate.

Divertirsi da morire è un libro del sociologo americano Neil Postman, scritto nel 1985, ma di stretta attualità e che affronta un tema interessante. Il sottotitolo del libro è, infatti, Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo. Postman, in questo suo libro sostiene che la televisione (i social) provoca un declino della cultura basata sul confronto dialettico razionale e della “mentalità tipografica” (quella basata sul libro e sulla lettura), a favore dello show-business con evidenti effetti sulla politica. Una tesi quanto mai attuale per l’Italia, e di riflesso anche per il nostro piccolo paese, considerando come una forza politica, M5S, nata proprio sui social e attraverso i social sia diventato il primo partito della nazione creando la social-crazia, ossia il governo dei social e il leader della Lega, Salvini, costruisca la propria politica e il proprio successo, attraverso un uso compulsivo dei social.

La parte più preoccupante e più significativa di questo cambiamento nei mezzi di comunicazione è che il contenuto di molta parte del discorso pubblico (politica) è diventato pericolosamente privo di senso.

Tutto questo ha ingenerato una rilassatezza intellettuale, indotta dal consumo morboso ed eccessivo dei social (facebook, tweet, whatsup, ecc..) e così le persone, non tutte fortunatamente, pian piano sono  diventate poco propense a fare analisi e valutazioni razionali dei fatti e dei problemi.

Prevalgono gli slogan, gli spot e le immagini martellanti e, di fronte ad essi, si verifica una sorta di “impoverimento di pensiero”, di riduzione della capacità di capire.

Diventa molto più importante, così come voleva suggerirmi il mio amico, la capacità di costruire messaggi e di inviarli all’opinione pubblica nei momenti più opportuni, cavalcando stati emotivi di disagio sociale e promettendo aspettative fantasiose che non curare il contenuto di un discorso o di una proposta di governo.

Ecco, non conta più la tecnica dell’argomentare quando sono in pochi che riescono a leggere più di due minuti o le prime 3/4 righe di uno scritto. Oggi con la comunicazione social devi saper sintetizzare il tutto in poche battute che creino soprattutto suggestione.

E’ vero, anche io sto utilizzando la suggestione mentre scrivo ma a complemento di una argomentazione e non come fanno taluni scrivendo sui social usando le argomentazioni a sostegno della suggestione. Un esempio? Ecco fatto: ti presento un programma politico corredato da una miriade di immagini di opere pubbliche che ho intenzione di realizzare e di tante promesse (posti di lavoro, abbassamento delle tasse, redditi di cittadinanza ecc..). Ho creato una suggestione, una aspettativa utilizzando una argomentazione, un’opera da realizzare e i desiderata dei singoli.

Quindi è la suggestione che fa la parte del leone, con la conseguenza che la coscienza civile delle persone si fa più sfumata e più fragile. E questa è proprio la situazione migliore per chi ha interesse a manipolare la gente ai propri fini. Così la politica e l’amministrazione viene svuotata dei contenuti e il governo diventa webcrazia. E le persone un esercito di webdipendenti.

Postman non è ottimista sulla “società televisiva”. Nella premessa al volume, egli fa un sintetico confronto tra il pessimismo di Orwell nella sua opera più conosciuta (1984) e quello di Huxley (Il mondo nuovo) sul futuro della società umana e scrive: “Nella visione di Huxley non sarà il Grande Fratello a toglierci l’autonomia, la cultura e la storia. La gente sarà felice di essere oppressa e adorerà la tecnologia che libera dalla fatica di pensare… Orwell temeva che la nostra sarebbe stata una civiltà di schiavi; Huxley, che sarebbe stata una cultura cafonesca, ricca solo di sensazioni e di bambinate… In breve, Orwell temeva che saremmo stati distrutti da ciò che odiamo, Huxley, da ciò che amiamo. Il mio libro si basa sulla probabilità che abbia ragione Huxley, e non Orwell”.

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