Inferno a Ruffano: la collina della Madonna della Serra brucia, ma la politica gioca sui social

Mentre la comunità piange un disastro ambientale senza precedenti, un post di una figura istituzionale (presidente del consiglio comunale) scatena l’indignazione collettiva. Richiesta la rimozione del Presidente del Consiglio Comunale e l’intervento del Prefetto.

Una ferita profonda, un’intera collina divorata dalle fiamme e una comunità intera che, attonita e in lacrime, osserva le ceneri di quello che era il polmone verde e il simbolo d’identità di Ruffano: il bosco della Madonna della Serra. L’incendio devastante divampato ieri, alimentato dalle forti raffiche di vento, ha messo a rischio abitazioni, costretto a evacuazioni d’urgenza e richiesto il ritorno drammatico dei Canadair per tentare di arginare l’inferno di fuoco.

Mentre i cittadini rimanevano attoniti e offrivano la loro disponibilità e i soccorritori rischiavano la vita, dai palazzi della politica locale è arrivato uno schiaffo al decoro istituzionale e al dolore comune.

Lo spregevole fotomontaggio

Nel momento di massimo strazio per la cittadinanza, il Presidente del Consiglio Comunale ha ritenuto opportuno pubblicare sui propri canali social un fotomontaggio. Un’immagine grottesca che lo ritrae sorridente, intento a fare il segno di “OK” con le dita, simulando di essere affacciato proprio da uno dei Canadair impegnati nei lanci d’acqua sul rogo.

Un gesto di sconcertante superficialità e di pessimo gusto che trasforma una tragedia ambientale e sociale in un palcoscenico per la propaganda personale o, peggio, per una goliardia fuori tempo e fuori luogo. Ci si chiede come chi rappresenta la massima assise cittadina possa confondere un dramma collettivo con un meme da social network.

Appello al Sindaco

Davanti a una condotta simile, il silenzio non è un’opzione. La cittadinanza esige rispetto e serietà. Il primo cittadino, che ha giustamente parlato di “ferita profonda” per il territorio, ha ora il dovere morale e politico di stigmatizzare pubblicamente e con fermezza l’accaduto.  

La richiesta che si leva forte dalla comunità è chiara: l’adozione di provvedimenti immediati che conducano alla destituzione del soggetto dalla carica di Presidente del Consiglio Comunale. Chi non comprende il peso delle istituzioni e il rispetto dovuto al dolore dei propri concittadini non può ricoprire un ruolo di così alta rappresentanza.

Il ruolo del Prefetto e l’appartenenza alle Forze dell’Ordine

La vicenda assume contorni ancor più istituzionalmente critici se si considera il profilo professionale del Presidente del Consiglio coinvolto. L’esponente politico è infatti un appartenente alle Forze dell’Ordine, nello specifico un Carabiniere. Un servitore dello Stato da cui, per status e giuramento, ci si aspetterebbe una condotta improntata alla massima sobrietà, responsabilità e rispetto delle leggi e del dolore pubblico.

Per questo motivo, l’appello viene esteso formalmente anche a Sua Eccellenza il Prefetto di Lecce, affinché valuti l’accaduto per quanto di sua competenza. È necessario verificare se tale comportamento leda il prestigio dell’amministrazione pubblica e l’onorabilità della divisa indossata, attivando i canali di controllo previsti dall’ordinamento.

Ruffano oggi è in lutto per i suoi alberi, la sua fauna e la sua bellezza perduta. Chi siede sulle poltrone del potere dovrebbe dimostrare empatia e senso del limite, non la ricerca spasmodica di un “like” sulla pelle di un territorio ferito.

Per senso di pudore e ripulsa ho scelto di non pubblicare la foto postata del presidente del consiglio.

FRANZA O SPAGNA, PURCHE’ SE MAGNA

“FRANZA O SPAGNA, PURCHE’ SE MAGNA”

     ( Francesco Guicciardini)

Professionisti del silenzio: il prezzo della fedeltà all’ombra del Comune

Esistono dinamiche politiche locali che, pur consumandosi nel perimetro di una piccola comunità come la nostra, offrono uno spaccato emblematico dello stato di salute della democrazia nel nostro Paese. Il caso della recente tornata elettorale nel nostro Comune ne è un esempio quasi da manuale: una vicenda in cui il consenso plebiscitario si intreccia con una complessa vicenda giudiziaria e con il silenzio, quasi unanime, della classe dirigente locale.

Il sindaco uscente è stato riconfermato alla guida dell’amministrazione con una maggioranza schiacciante. Un dato che in circostanze normali certificherebbe un indiscutibile successo amministrativo, ma che in questo contesto solleva profondi interrogativi di carattere etico e istituzionale.

L’elemento che colpisce maggiormente l’osservatore esterno non è tanto la vicenda giudiziaria in sé — la cui rilevanza penale sarà accertata nelle sedi opportune nel rispetto della presunzione di innocenza — quanto l’assoluto deserto democratico in cui si sono svolte le elezioni e certo non è una responsabilità ulteriore attribuibile al sindaco. Alle urne si è presentata una sola lista. Le potenziali opposizioni hanno rinunciato alla competizione in prima battuta, scoraggiate, è vero, dall’ampio e radicato consenso di cui il sindaco gode nell’elettorato, ma anche per l’oggettiva difficoltà di impostare una campagna elettorale in un contesto sociale culturalmente permeabile al fascino del potere, dove lo scontro politico si sarebbe inevitabilmente spostato dai programmi ai faldoni della Procura.

Il paradosso più inquietante si è registrato tuttavia sul piano del dibattito pubblico. Di fronte a una situazione istituzionalmente così anomala, le uniche reazioni di dissenso, scritte o veicolate verbalmente, non sono state indirizzate verso l’opportunità politica della ricandidatura di un amministratore che da lì a poco sarebbe stato rinviato a giudizio. Al contrario, una dura e a volte decisa stigmatizzazione ha colpito quelle rare voci libere che hanno provato a sollevare una riflessione etica sulla vicenda subendo anche accuse ingenerose, per usare un eufemismo, di vigliaccheria, invidia, sobillazione, leso civismo. Quasi una lezione di moralità ma non una parola sull’opportunità morale di una candidatura compromessa non da voci di piazza malevoli, ma da gravi accuse mosse dalla magistratura dopo meticolose indagini.

Ciò che desta maggiore amarezza è la provenienza di questi attacchi e di questi silenzi accondiscendenti. Non è l’amarezza per la reazione scomposta di un elettorato privo di strumenti critici, bensì del posizionamento di una parte significativa della classe intellettuale e professionale del territorio. Persone che per cultura, formazione e ruolo sociale dovrebbero custodire e promuovere l’indipendenza del giudizio e il valore della legalità (anche talvolta per loro formazione professionale), hanno scelto la via dell’allineamento silenzioso o della difesa d’ufficio dello status quo, ma anche di quella classe politica che magicamente ha operato la muta della pelle o, che per miracolo, da lupi che digrignavano i denti si sono trasformati in pecore belanti, che da censori della morale si sono trasformati in moralisti dei censori.

Un fenomeno di fronte al quale è difficile non scorgere un legame di causa-effetto con la gestione delle risorse pubbliche e per essere più prosaici un rapporto di interessi (tu mi dai ed io ti riconosco). Esaminando gli atti amministrativi, emerge infatti come una parte non trascurabile di questi professionisti del silenzio o della critica selettiva sia destinataria di lauti e continuativi incarichi di consulenza e collaborazione distribuiti direttamente dall’ente comunale, ma anche da remunerative assunzioni a tempo indeterminato.

I moralisti di un tempo che fu,  che con la loro cieca furia distruttrice e spalleggiati dal Don Rodrigo di turno, menavano fendenti a destra e a manca, ora sembrano essere scivolati verso una dimensione puramente utilitaristica. Quando la capacità critica della classe dirigente viene subordinata alla logica dell’assegnazione di incarichi e compensi, il risultato è che il dibattito pubblico si azzeri e che l’ignavia diventi la norma.

Resta il quadro mortificante di una comunità in cui il dissenso etico, anche quando viene espresso con un’ironia stemperante, viene trattato come una colpa, mentre l’anomalia istituzionale viene istituzionalizzata attraverso il voto e monetizzata attraverso l’incarico e i favori di bassa lega.

S.P.Q.R.

               Senatus Populusque Rufianensis

L’Impero di Ruffano: quando un paese di 9.000 anime si dà deleghe da Superpotenza Mondiale

Chi aveva pensato che governare un paese di circa novemila abitanti, così come è il nostro, richiedesse semplicemente un po’ di buon senso e un pizzico di capacità deve ricredersi. Leggendo l’organigramma delle deleghe amministrative ai diversi consiglieri neoeletti mi è venuta spontanea la classica esclamazione: “azz!…”.

Sarà che sono un boomer, che non sarò più al passo coi tempi però la sensazione che ne ho ricavato non è quella di leggere l’assetto di un consiglio comunale di un piccolo paese dell’entroterra salentina, ma la struttura geopolitica della Casa Bianca combinata con il Dicastero del Futuro di una mega-city.

A palazzo di città non si scherza, si fa sul serio: la fantasia del delegante ha superato la realtà, e lo ha fatto con una pretenziosità lirica che merita davvero un applauso.

Almeno si pensa in grande e questo mi rassicura di fronte al mondo futuro governato dall’Intelligenza Artificiale nel momento in cui so che nel mio comune c’è un consigliere delegato oltre che ai Tributi e alle Imprese anche allo sviluppo e al controllo strategico dell’AI: che vuoi che siano i piccoli problemi contingenti quando so che avremo algoritmi predittivi per mappare le buche? Chatbot quantistici per discutere del passo carrabile? O magari un assistente olografico che risponde ai cittadini alle prese con un problema?

 Che poi si fa fatica ancora con l’analogico o a spedire in digitale dei documenti al cittadino richiedente sono cose di poco conto di fronte alla rivoluzione tecnologica e la transizione galattica. Elon Musk, “fatte te parte”!

Poi abbiamo un Ministero per ogni sfumatura dell’anima

L’assessorato al Welfare e alla cura dello spirito e dei sentimenti è particolarmente affollato. C’è una delega per tutto, in un trionfo di ridondanza che farebbe invidia a un manuale di psicologia new age:

  • Un consigliere si occuperà di Consulta, Ascolto e Benessere Mentale e Sociale della Comunità, oltre che di Coesione e Dialogo Intergenerazionale. Praticamente un analista di gruppo per l’intera cittadinanza. Qui mi faccio una domanda semiseria: chi ha assegnato questa delega pensa forse che tra i cittadini ruffanesi è diffuso una sorta di Malessere Mentale? Giusto per capire, il consigliere fungerà da terapeuta sociale?
  • Poi non sia mai che si pecchi di maleducazione: abbiamo anche il consigliere che ha la delega alla Gentilezza Istituzionale e all’Ascolto dei Cittadini. Perché l’ascolto del consigliere con delega all’Ascolto evidentemente non bastava. Ci immaginiamo gli uffici comunali dove, prima di negarti un certificato, una licenza, un’autorizzazione, ti offrono una tisana e ti sorridono calorosamente in nome della Gentilezza Istituzionale.

Geopolitica di paese e divisioni territoriali

Ma il vero capolavoro è l’affidamento dei rapporti diplomatici internazionali al consigliere che gestisce i Rapporti Internazionali, i Gemellaggi e la Valorizzazione delle Comunità nel Mondo. Un corpo diplomatico in piena regola, pronto a stringere trattative bilaterali con l’ONU per far valere il peso geopolitico del comune. Avremo sicuramente un ruolo nelle crisi internazionali.

Nel frattempo, però, abbiamo anche il consigliere che deve gestire i Rapporti con la Comunità di Torrepaduli. Meraviglioso: abbiamo la delega per i rapporti con il resto del pianeta Terra e, separatamente, quella per i rapporti con la frazione a duecento metri di distanza. Le due cose, evidentemente, richiedono lo stesso sforzo diplomatico.

Da ultimo poi il miraggio della destagionalizzazione (di cosa?)

Rimanendo in tema di voli pindarici, non si può non menzionare la roboante delega alla Destagionalizzazione Turistica. Sarebbe inutile qui negare le note positive complessive dell’assessorato senza tacere però che qui la demagogia si fa vera e propria magia illusionistica. Per anni questa amministrazione ci ha propinato il vecchio ritornello del “turismo”, confondendo sistematicamente i flussi turistici veri e propri con le presenze temporanee e mordi-e-fuggi alle feste di paese o alle manifestazioni locali.

A Ruffano, parliamoci chiaro, un turismo stanziale, strutturato e capace di fare economia sul territorio non è mai esistito. E allora sorge spontanea la domanda: come si fa a destagionalizzare una cosa che, di fatto, non c’è? È come voler prolungare l’orario di apertura di un negozio che non ha ancora mai aperto i battenti. Ma nel fantastico mondo delle deleghe pretenziose, si sa, basta evocare una parola magica per far credere che il paese sia diventato improvvisamente Courmayeur o Ibiza.

Quindi in sintesi, ai consiglieri la filosofia, la transizione digitale e i massimi sistemi, materie di straordinaria importanza ma aborrite dal delegante e che grazie all’AI si sono manifestate in un qualche ricerca di un ritaglio di tempo.

Insomma, avremo un’amministrazione che non solo ci amministrerà, ma che ci ascolterà gentilmente mentre un’intelligenza artificiale cura il nostro benessere intergenerazionale nel mondo, siamo all’avanguardia, è una svolta.

Tra il serio e il faceto: la fiera della demagogia spicciola

Sia chiaro, l’intento qui non è affatto quello di mancare di rispetto ai singoli consiglieri delegati. Conosco la serietà di gran parte di loro e sono pronto a scommettere che nessuno di loro si sia svegliato la mattina chiedendo a gran voce di essere nominato “Ministro dell’Algoritmo” o “Garante della Carezza Istituzionale”, magari avrebbero ambito a ruoli più aderenti alla realtà locale. La responsabilità di questo fritto misto non è di chi ha ricevuto queste deleghe fumose e pretenziose, ma della cabina di regia che evidentemente avrà le idee confuse.

Sotto la vernice dorata di queste diciture altisonanti, purtroppo, emerge la povertà di un pensiero politico che si nutre solo di demagogia spicciola.

Si riempiono le caselle con parole d’ordine alla moda (Intelligenza Artificiale, Gentilezza, Coesione) per dare l’illusione di un’attività frenetica e moderna, quando in realtà è fatta di una superficialità senza costrutto. È una rincorsa al titolo più altisonante che, alla prova dei fatti, nulla dice e nulla risolve rispetto agli attuali problemi maledettamente concreti di una comunità come la nostra.

Insomma, è come andare al ristorante sotto casa della signora Maria e trovarsi davanti a un menu che recita: “Decomposizione geometrica di legumi autoctoni con sentori di cicoria selvatica ed effluvi di crostone dorato” e per questo anche la signora Maria si sente uno chef stellato. La dicitura da chef stellato gonfia l’aspettativa e raddoppia la pretenziosità del piatto, incuriosito lo ordini, ma alla fine, quando afferri la forchetta ti accorgi che è una classica “scurdijata” il cibo salentino povero di sempre. Con la differenza che tutta quella fuffa linguistica ti ha creato quelle aspettative che poi sono andate deluse e ti ha fatto perdere solo tempo.

Ma tant’è. Abbiamo voluto scherzare e stemperare i toni, perché davanti a un organigramma del genere l’unica alternativa a una sana risata sarebbe stata una noiosissima seduta di autocoscienza e qui sì sarebbe stata utile la delega che si occupa di Consulta, Ascolto e Benessere Mentale e Sociale della Comunità anche perché mi dicono un gran bene sulle capacità professionali e umane del consigliere delegato (e qui non scherzo).

Ridiamoci su, quindi. In fondo, se la politica locale non riesce sempre a darci le soluzioni, stavolta è riuscita a regalarci un brivido da vera Superpotenza. Abbiamo il nostro Impero. All’ingresso dell’aula consiliare avremo apposta la targa con l’acronimo “S.P.Q.R” anche se poi si deve stabilire con quali risorse finanziarie si alimenterebbero queste deleghe: i rapporti internazionali non sono cosa di nulla.

Buona fortuna allora ai nostri “super-assessori” e “iper-consiglieri”: che l’Intelligenza Artificiale sia con voi, ma per sicurezza, tenete a portata di mano una vecchia, cara chiave inglese e non vi “incazzate” come solito, siate i primi a fare sfoggio di Gentilezza Istituzionale.

Ad ogni buon conto, al netto dello scherzo, auguriamo un buon lavoro.

😊😊😊

DELEGHE AMMINISTRATIVE

GIUNTA COMUNALE

  1. DE VITIS FRANCESCO – VICE SINDACO – Welfare, Servizi Sociali, Piano di Zona, Politiche per la Famiglia, Sanità Territoriale, Sport e Tempo libero;
  2. SPARASCIO CLAUDIO Urbanistica, Edilizia Privata, Agricoltura, Ambiente, Personale e Contenzioso;
  3. DANIELE PAMELA Turismo, Marketing Territoriale, Tradizioni Popolari, Grandi Eventi, Manifestazioni e Spettacolo, Destagionalizzazione Turistica;
  4. BRUNO ANGELA RITA Arte, Cultura, Pubblica Istruzione, Pari Opportunità, Comunicazione Istituzionale e formazione;

CONSIGLIERI

  • MERAGLIA PIERPAOLO PRESIDENTE DEL CONSIGLIO – Legalità, Polizia Urbana, Sicurezza del Cittadino;
  • SIMONE BETTY – Delega Tributi, Innovazione Tecnologica, Transizione Digitale, Intelligenza Artificiale e Rapporti con le Imprese;
  • ZEZZA MONIA  Associazionismo, Volontariato, Partecipazione Civica, Rapporti con le Parrocchie e con il Terzo Settore;
  • ZEZZA DONATELLA Delega – Inclusione Sociale, Disabilità, Tutela dei Diritti delle Persone Fragili ed Accessibilità;
  • PICCINNO LORENZO  Consulta, Ascolto e Benessere Mentale e Sociale della Comunità, Coesione e Dialogo Intergenerazionale e servizi inerenti;
  • PAIANO IRENE  Delega – Politiche Giovanili, Partecipazione Attiva e Rapporti con la Comunità di Torrepaduli;
  • DE BENEDETTO Elvia  Delega – Gentilezza Istituzionale, Politiche per la Terza Età, Cittadinanza Attiva, Ascolto dei Cittadini, Qualità della Vita;
  • CHIARILLO LUCA  Delega – Rapporti Internazionali, Gemellaggi, Valorizzazione delle Comunità Ruffanesi nel Mondo e Protezione Civile

SINDACO – tutto il resto tra cui: Lavori Pubblici, Commercio, Programmazione Strategica, Bilancio, Finanziamenti, Patrimonio e Rapporti Istituzionali.

SEMPRE EVVIVA LA RES-PUBBLICA

E se oggi si votasse ancora per Repubblica e Monarchia? Come potrebbe esprimersi l’elettorato Ruffanese?

Il Voto del 1946 a Ruffano: Tra plebiscito Monarchico e scenari contemporanei

Nel referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, anche il comune di Ruffano votò a larghissima maggioranza a favore della Monarchia.

A fronte di un corpo elettorale composto da 4.056 aventi diritto, andarono a votare ben 3.516 elettori, attestando l’affluenza alla straordinaria percentuale dell’86,69%. Escludendo dal computo 145 schede bianche e 253 schede non valide, i voti validi furono 3.263. Di questi, soltanto 250 cittadini votarono per la Repubblica (7,66%), mentre l’astronomica cifra di 3.013 elettori scelse la Monarchia (92,34%).

Un dato plebiscitario, schiacciante e profondamente significativo, tanto che nasce forte la curiosità di poter conoscere quei pochi valorosi che votarono Repubblica. Un esercizio puramente retorico che non potrà mai restituire un risultato. Saranno stati sicuramente quei pochi comunisti dell’epoca. Tra questi c’era mio padre che non ha potuto votare, non essendo ancora ventunenne, ma fu un acceso attivista pro Repubblica. Suoi, insieme ai suoi compagni dell’epoca, erano quei disegni, che sono resistiti fino a pochi mesi fa, sui muri del paese e che inneggiavano alla Repubblica.

Per comprendere questo risultato così netto è utile analizzare l’ambiente geopolitico dell’epoca. In Italia, complessivamente, vinse la Repubblica con circa il 54,3% dei voti contro il 45,7% della Monarchia. Nel Mezzogiorno, però, il quadro fu radicalmente opposto: il Sud votò in larga parte per il Re. In Puglia la causa monarchica raccolse circa il 67% dei consensi. Nella provincia di Lecce il sentimento sabaudo fu ancora più forte: nel solo capoluogo oltre il 79% dei votanti si espresse per il mantenimento del Regno. Ruffano, superando ampiamente il 92%, si configurò come una vera e propria roccaforte reale.

Le motivazioni che spinsero Ruffano a questa scelta furono probabilmente le stesse che caratterizzarono gran parte del Salento profondo: una struttura sociale prevalentemente agricola e rurale dipendente dalle classi abbienti e dei proprietari terrieri di ottocentesca e gattopardiana memoria attenti e interessati ovviamente al mantenimento dello status quo con  una cultura politica tradizionalista e una forte diffidenza verso i radicali mutamenti istituzionali promossi dalle forze di sinistra.

L’Elemento di contraddizione: Le amministrative del febbraio 1946

L’elemento storiografico però davvero interessante, e che apre a una profonda riflessione sulla complessità politica locale, risiede in un apparente e affascinante contraddittorio. Pochi mesi prima del plebiscito reale, nel febbraio del 1946, si tennero a Ruffano le elezioni amministrative per il rinnovo del Consiglio Comunale.

In quella tornata, che di fatto anticipò la consultazione referendaria di giugno, a risultare vincente fu una coalizione decisamente variegata, la quale vedeva al suo interno anche la presenza attiva delle forze socialiste, quel consiglio comunale composto da diciotto consiglieri presenti (erano venti in tutto) quattordici votarono Sindaco Nicola Marzo e tre preferenze furono per il già podestà del fascismo Ottorino Licci e una per Luigi Riccardo.

Questo paradosso dimostra come le scelte elettorali dei ruffanesi dell’epoca fossero strutturate su binari paralleli ma non necessariamente comunicanti: da un lato, la fedeltà e il rispetto reverenziale per la Monarchia intesa come massima istituzione garante dello Stato; dall’altro, la volontà pragmatica di affidare l’amministrazione e la ricostruzione economica del proprio comune a forze politiche eterogenee, conservatrici e progressiste ma attente ai bisogni sociali e dei lavoratori. La preferenza istituzionale per il Re, insomma, non coincideva necessariamente con una totale chiusura ideologica a livello amministrativo locale.

Scenari Fantapolitici: Cosa succederebbe oggi?

Di fronte a un simile plebiscito storico, sorge spontanea una domanda provocatoria: se i cittadini di Ruffano fossero chiamati nuovamente alle urne oggi, per scegliere tra Monarchia e Repubblica, quale forma di Stato trionferebbe?

Sebbene la storia contemporanea abbia consolidato l’assetto repubblicano, analizzando il comportamento politico del territorio si può formulare una considerazione suggestiva: a Ruffano vincerebbe molto probabilmente ancora la Monarchia.

Questa tesi trova riscontro nelle ultime dinamiche elettorali locali. Guardando ai risultati delle recenti elezioni europee, le forze politiche di destra hanno nettamente superato in termini di consensi e preferenze quelle di sinistra. A questo si aggiunge un ulteriore segnale di un elettorato orientato su posizioni tradizionali e di garanzia: sia in occasione dell’ultimo referendum sulla giustizia, a Ruffano ha prevalso con decisione il fronte del “SÌ” con oltre il 51% dei voti, sia nelle ultime consultazioni comunali. Questi dati combinati dimostrano la persistenza a Ruffano di una forte matrice culturale e politica conservatrice. Pertanto, secondo un mio parere (opinabile certamente) se la Monarchia venisse proposta oggi come un’istituzione neutrale, custode dell’unità nazionale e alternativa alle forze progressiste, l’anima profonda dei ruffanesi potrebbe riscoprire e premiare, ancora una volta, l’antico orientamento del 1946.

Mala tempora currunt…..

Domenica e lunedì prossimi si terranno le elezioni per il rinnovo della carica di Sindaco e del consiglio comunale. Le note vicende che coinvolgono il Sindaco hanno prodotto, paradossalmente, un dibattito pubblico afono e una offerta elettorale monca con una sola lista in competizione e non è dato sapere le motivazioni che hanno portato potenziali competitor a questa scelta. Possiamo ipotizzarne diverse, ma non certamente quella che il Sindaco pubblicizzava temerariamente in un articolo giornalistico: “hanno paura di me perché sanno che pèrdono”. Evidentemente ci saranno ragioni più profonde e penso meditate. Qui chi perde è l’intero paese per la ferita democratica lacerante di cui ancora non riusciamo a comprendere la portata.

Non mi appassiona la diatriba liste si liste no, sindaco colpevole sindaco non colpevole, voto si voto no, andare a votare non andare a votare, quorum si quorum no, chi sarà il vicesindaco e chi saranno gli assessori. Saranno gli elettori a decidere e sarà la magistratura a giudicare.

Penso invece che una delle ragioni profonde per cui qualcuno, almeno tra i più arguti ed esperti, abbia deciso di non presentare alcuna lista, oltre alla evidente difficoltà di coinvolgimento di persone disponibili, certificata oltretutto anche dalla difficoltà della lista del Sindaco sostenuta dal favor populi, sia stata una ragione ben precisa e di rilevante importanza per la futura amministrazione e per i cittadini. Anzi meglio sarebbe dire per le future amministrazioni: un probabile dissesto finanziario per le casse comunali come conseguenza di un’altrettanta probabile azione di revoca e restituzione dei finanziamenti ricevuti dal comune in questi ultimi anni.

La revoca avverrebbe in ragione dei reati contestati al Sindaco. Infatti, la normativa europea recepita dalla normativa statale e regionale prevede espressamente di sanzionare, con la revoca dei finanziamenti e il recupero delle somme già erogate, gravi irregolarità. Irregolarità che al momento sono state contestate al Sindaco che se confermate in sede di udienza preliminare il giorno 29 maggio allora sarebbe certa l’azione di autotutela degli enti finanziatori.

Azioni di autotutela che ripetiamo consisterebbero nel congelamento immediato dei flussi e la revoca totale del finanziamento e che purtroppo non aspettano le sentenze definitive della giustizia, basta solo che quei reati siano contestati.

I Ministeri e le Regioni, infatti, non attendono una sentenza passata in giudicato. In presenza di un avviso di garanzia o di un rinvio a giudizio per alcuni tipi di reati (che nel nostro caso sono stati contestati) l’ente erogatore avvia un procedimento di riesame o applica le clausole di decadenza dal beneficio e con, anche, il sequestro preventivo impeditivo delle somme giacenti nelle casse comunali per evitare che il reato venga portato a conseguenze ulteriori. Consecutivamente, la Procura della Corte dei conti attiverà l’azione per danno erariale direttamente nei confronti degli amministratori responsabili, ossia non solo del Sindaco ma anche di coloro che hanno partecipato alla votazione di quegli atti che sono all’origine della richiesta del finanziamento (Giunta e Consiglio comunale).

Se questi fondi dovessero essere revocati, il collasso economico non colpirebbe solo l’amministrazione, colpirebbe, indistintamente, ogni singolo cittadino.

Cosa potrebbe allora succedere concretamente?

La revoca non significa semplicemente “non ricevere più denaro”, ma significa dover restituire immediatamente le somme già spese. Può il nostro bilancio comunale sopportare il peso di qualche milione di euro da rimborsare da un giorno all’altro? Io credo di no anche perché stiamo parlando di una cifra che si aggirerebbe tra i 5 e 6 milioni di euro.

Ritorniamo ora alla domanda: cosa potrebbe succedere?

Sicuramente si aprirebbe la strada al dissesto finanziario dell’ente che vorrà dire blocco per legge di tutte le spese del comune, drastico taglio dei servizi sociali, azzeramento della manutenzione delle strade, delle luci pubbliche, dell’assistenza alle fasce deboli, mobilità per buona parte dei dipendenti comunali

Un Comune che perde i fondi pubblici per irregolarità non è un Comune che si ferma: è un Comune che inizia a consumare sé stesso e le tasche dei propri amministrati.

Quanto scrivo non sono fantasie retoriche, purtroppo è la realtà, una realtà che si è già verificata in tanti comuni d’Italia. Tanto è vero che un primo segnale d’allarme lo ha lanciato il Commissario Prefettizio con una delibera del 12/05 c.a. il quale su sollecitazione del Responsabile dei Lavori Pubblici del comune di Ruffano nomina un noto avvocato (Quinto) per attività stragiudiziaria di interlocuzione con il Ministero dell’Istruzione per tranche di finanziamenti non ancora avuti.

Questo vuol dire “in soldoni” che Il Commissario e il Responsabile dei Lavori Pubblici hanno preso atto che la burocrazia ministeriale sta mettendo a rischio i fondi erogati al comune. Per evitare sia danni irreparabili alle casse comunali e la perdita delle opere, sia proprie responsabilità, ha stanziato 5.000 euro per farsi assistere da un legale di rilievo nel settore amministrativo, tentando la via del bonario componimento e della memoria tecnica per poter accedere all’ulteriore tranche del finanziamento. Quindi vuol dire che esiste la seria possibilità di fatto che il Ministero ha già compiuto i primi passi per la revoca del finanziamento.

Se il Comune dovesse trovarsi in stato di dissesto o predissesto, circostanza non augurabile, la capacità di intercettare nuovi fondi pubblici e finanziamenti o stipulare un mutuo è fortemente compromessa e per risanare la posizione e coprire il buco lasciato dalla revoca dei fondi, il legislatore non permette “scorciatoie” creditizie, ma impone un percorso di lacrime e sangue che potrebbe durare da 4 a 20 anni con l’adozione di un piano di riequilibrio pluriennale e anche con la vendita di beni comunali. Questo vorrà dire che per i prossimi anni il comune dovrà vivere di vacche magre e sapendosi arrangiare innalzando le tasse locali al massimo e tagliando i costi del personale e dei servizi.

Quindi è una procedura simile alla liquidazione giudiziale (ex fallimento) di una qualsiasi azienda.

In conclusione, un Comune che perde i fondi di finanziamento (della Comunità europea Pnrr, Ministeriali o Regionali) non può “rifinanziarsi” o chiedere un mutuo in banca per coprire l’errore: l’unica via è il commissariamento finanziario, la vendita dei beni patrimoniali e il sacrificio economico chiesto direttamente ai cittadini attraverso la massima pressione fiscale locale e il taglio dei servizi e spese.

Questa è il possibile scenario, di contro non si sono avute rassicurazioni certe. Almeno al momento.

Se, allora, chi non ha inteso presentare una lista di alternativa ragionando su queste circostanze, certamente non ha sbagliato, è un ragionamento legittimo. Cosa avrebbe potuto fare in consiglio comunale sia in maggioranza che tra i banchi dell’opposizione? Amministrare cosa? Il nulla? Considerando anche che per le azioni di riequilibrio sarebbe nominato un Organo di liquidazione, ossia sarebbe un commissariamento.

Personalmente mi auguro che giorno 29 il Sindaco sia prosciolto da ogni accusa e sarebbe scampato pericolo per il paese, ma se questo non dovesse avvenire il rischio è che questa situazione si potrebbe perpetuare negli anni a venire con la difficoltà di trovare la disponibilità di persone pronte ad assumersi una situazione deficitaria da sanare con anche evidenti responsabilità.

Di conseguenza viene spontaneo pensare che questa responsabilità dovrebbe assumersi chi insieme al Sindaco ha guidato il paese in questi anni.

Ora, per concludere, nella eventualità prospettata le soluzioni di natura legale abbiamo visto quali possono essere, ma secondo me per rafforzarle e renderle credibili sarebbe necessaria una misura di natura politica con una continua interlocuzione, responsabile, capace e competente, con gli enti.

Però così come realizzo per deformazione professionale che una banca non concederebbe mai un nuovo mutuo ad un consiglio di amministrazione di una azienda in default e potrebbe forse accettare una negoziazione solo con un nuovo board d’azienda, per evidenti e comprensibili ragioni, così potrebbe succedere per il nostro comune.

Possiamo augurarci solo che quanto descritto non avvenga e che forti venti soffino forte per allontanare i nuvoloni all’orizzonte.

“Mala tempora currunt sed peiora parantur” (Corrono brutti tempi, ma se ne preparano di peggiori)

“Allo vallo!”

Assistendo alle vicende dell’attualità mondiale fino ai cortili di casa nostra mi si è posta con insistenza una domanda che non mi lasciava tregua e alla quale ho voluto dedicare una riflessione e cercare una risposta. La domanda anche se può sembrare articolata è molto semplice: “chi è maggiormente responsabile per scelte irresponsabili, l’irresponsabile che le fa o gli irresponsabili che lo sostengono e lo seguono?”

In un mondo ideale, l’irresponsabile sarebbe un persona isolata: un individuo che compie scelte discutibili e ne paga le conseguenze personalmente, in solitaria, come un naufrago che decide di bucare la propria scialuppa per vedere se l’acqua è fresca. Nella realtà, però, l’irresponsabilità è quasi sempre un “fenomeno di gruppo” e la storia ce lo insegna.

Chi è più colpevole? Il “matto” che indica il precipizio o la folla che lo segue al galoppo gridando “finalmente un panorama nuovo!”?

Rifletto sull’irresponsabile: chi è? Parto da una definizione illuminata di don Tonino Bello che definiva etimologicamente la parola formata da “responso” e “abilità”. Il responso è una risposta solenne, autorevole a una domanda o richiesta. Quindi la responsabilità è la capacità, l’abilità di dare un responso. Per analogia, quindi, irresponsabile vuol dire ovviamente non avere la capacità o l’abilità di un responso se non demagogia.

Si può perciò affermare che l’irresponsabile spesso agisce per deficit di visione, eccesso di ego o semplice leggerezza. Per lui, la scelta irresponsabile è un atto naturale, quasi istintivo. È il motore immobile del caos.

Per i sostenitori, invece, la questione è di natura etica e morale. Chi segue dovrebbe avere, teoricamente, il potere e la capacità di scelta e il dovere del discernimento. Validare una irresponsabilità significa darle gambe, risorse e legittimità. Senza il gregge, il lupo cattivo è solo un cane che abbaia al vento; senza i seguaci, l’irresponsabile è solo un eccentrico innocuo.

Quindi, Il sostenitore è, tecnicamente, “più irresponsabile” del leader, perché compie un atto di sottomissione intellettuale: rinuncia alla propria capacità critica per appaltare il proprio destino a un pifferaio magico che il più delle volte non sa nemmeno suonare il flauto.

E sempre riflettendo ho trovato l’archetipo di questo cortocircuito nella figura di “Brancaleone da Norcia”. Il nostro “magnifico” cavaliere è l’irresponsabile per eccellenza: privo di mezzi, privo di senno, ma dotato di un’invidiabile capacità di convincere gli altri che la prossima sventura sarà un trionfo.

Ma guardiamo la sua armata. Un manipolo di straccioni che, pur vedendo il proprio leader caricare mulini a vento (o peggio, cadere da un ponte sospeso), continua a seguirlo verso la Terra Santa (o verso la prossima bastonata).

“Ma che fuggite? È un’astuzia bellica!” grida ai suoi Brancaleone quando potrebbe essere scornato per un fallimento.

Ecco il punto: il sostenitore dell’irresponsabile non è solo un complice, è un “interprete creativo del disastro”. Quando Brancaleone porta tutti nel fango, c’è sempre qualcuno che loda la qualità terapeutica dell’argilla.

Il seguace trasforma l’errore grossolano in “visione controcorrente” e la mancanza di senso civico in “spirito libertario”. Se Brancaleone fosse rimasto solo, al massimo si sarebbe preso un raffreddore in qualche fossato; grazie ai suoi seguaci, la sua irresponsabilità potrebbe diventare un’epopea di un fallimento catastrofico personale e collettivo degli stessi seguaci.

In definitiva, se l’irresponsabile è la scintilla, chi lo sostiene è il comburente.

Mentre il primo di fronte ad un giudizio potrebbe invocare l’incapacità di intendere e di volere, il secondo non ha scuse: ha visto il baratro, ha guardato la guida che inciampava sui propri lacci e ha deciso comunque di mettersi in fila, magari lucidando l’armatura arrugginita.

Forse, come direbbe l’illustre Cavaliere da Norcia, la colpa non è di chi non sa dove va, ma di chi, vedendo uno che vaga a casaccio, esclama: “Ecco l’uomo che ci porterà alla gloria!” e lo segue nel primo fosso disponibile.

“Allo vallo!”

Per precisazione

Per ulteriore precisazione mi dispiace dover contraddire l’ass. De Vitis.
Sulla base delle informazioni ufficiali dell’ISTAT e dei rapporti territoriali
recenti (come il BES 2025 della Provincia di Lecce citato indirettamente),
l’Indice di Disagio Socioeconomico (IDISE) presentato e aggiornato nel 2025
fa riferimento principalmente a dati consolidati tra il 2021 e il 2025

  • Per quanto riguarda il 2021 si fa riferimento agli ultimi dati censuari.
    L’ultimo censimento è del 2021 e i dati riguardano il censimento
    permanente della popolazione e delle abitazioni. Anche se pubblicati o
    analizzati in report del 2025, il 2021 è l’anno “di base” perché fornisce
    la fotografia più dettagliata e scientificamente attendibile a livello
    comunale e sub-comunale (fino alle singole sezioni di censimento).
  • Per quanto riguarda gli Indicatori di “contorno” (2024-2025): Alcuni
    report (come il Benessere Equo e Sostenibile – BES) integrano l’indice
    con dati più freschi per indicatori specifici:
    o Demografia e Lavoro: Dati aggiornati al 2024 (es. tassi di
    occupazione, incrementi migratori).
  • Popolazione residente: Stime aggiornate al 1° gennaio 2025.
  • Evoluzione storica: Prima di questo aggiornamento, gli indici di
    disagio strutturale erano stati calcolati dall’ISTAT per gli anni dei
    censimenti generali “decennali”: 1991, 2001 e 2011.
  • Perché si usano dati del 2021 nel 2025?
    Esiste un “gap” fisiologico tra la raccolta dei dati e la pubblicazione dell’indice
    perché l’ISTAT deve incrociare variabili molto complesse (istruzione,
    condizioni abitative, stabilità lavorativa, composizione familiare). Questo
    rende il dato del 2021 l’ultimo dato strutturale certo per poter confrontare
    tra loro i comuni (come Ruffano e i suoi vicini) su una base scientifica
    omogenea.
    In sintesi, quando si legge il report del 2025, si guardando una fotografia
    scattata nel 2021 ma analizzata con gli strumenti e i confronti territoriali più
    recenti del 2024 e 2025. Questo conferma la tesi che se già nel 2021 la
    situazione era critica, gli anni successivi non hanno fatto altro che acuire
    questo disagio.
    Quindi quelli che ho presentato sono dati aggiornati al 2025 a tema di
    smentita.

E poi da ultimo mi permetto un consiglio se pur non richiesto: l’intelligenza
artificiale è un’ottima cosa, ma può costituire motivo di inciampo se non si è in
grado di porre le giuste domande.
E poi ancora chi potrebbe pensare mai di pubblicare, e men che meno l’Istat,
report con dati obsoleti da più di dieci anni?

Il disagio non è un destino, ma una responsabilità politica

Caro Franco, non è la prima volta che interloquisco con te pubblicamente, ricordi quel tuo post in cui dichiaravi che fai parte della migliore amministrazione del dopoguerra e che ne avremo viste delle belle? Non vorrei essere nei panni di chi ti sta ancora accanto per non gridare ad una jattura e bene fai a non esprimerti sugli eventi di attualità. Ovviamente scherzo!

Mi hanno recapitato il post ultimo che tu hai scritto su facebook dove annunci la tua ricandidatura. Nulla questio, ognuno è libero di fare le proprie scelte come meglio crede. Permettimi però di eccepire sulle motivazioni che al di là di generiche affermazioni nulla raccontano della realtà e non voglio entrare nel merito delle opere di cui parli altrimenti scivoleremmo in un contraddittorio che per senso di responsabilità civica e umanità cristiana non mi va di intraprendere.

Avrei meglio compreso, capito e apprezzato, ma anche giustificato, motivazioni che fossero state di solidarietà per la vicenda umana e giudiziaria del sindaco, cosa che non traspare in nessun passo del tuo post.

Parlare però, come fai tu, ma non solo tu, di un paese che sembra lì lì perché gli sia assegnato il premio Nobel per capacità amministrative proprio no.

È di poco tempo fa un’indagine Istat che disegna il nostro comune tra i più arretrati e fragili e che vive un forte disagio socioculturale ed economico che ci porta in questa graduatoria a superare di gran lunga gli indici di tollerabilità e a piazzarci all’ottavo posto in provincia di Lecce e al trentaquattresimo in tutta la Puglia tra i comuni più disagiati.

Questo studio è stato pubblicato dalla stampa locale solo dal Gallo di Tricase (vd. articolo in nota) e nessuno ne ha fatto menzione ed esso rileva importantissimi indici che sempre al di là di narrazioni trionfalistiche raccontano un paese ben diverso.

Perché siamo un “Comune Fragile”

I dati pubblicati dall’Istat non sono opinioni, ma il risultato di indici tecnici che misurano la tenuta di una società. Ruffano soffre per tre fattori critici che l’amministrazione o ha nascosto sotto il tappeto delle narrazioni o che non conosceva (ipotesi più benevola):

  • IVSM (Indice di Vulnerabilità Sociale e Materiale): Questo parametro non guarda solo al reddito, ma alla qualità della vita. Misura l’affollamento delle case, il basso livello di istruzione e la quota di famiglie che vivono in isolamento sociale. Ruffano segna rosso: qui la povertà non è solo monetaria, ma è povertà di opportunità.
  • Indice di Dipendenza Strutturale: Con una popolazione che invecchia e giovani che fuggono (nonostante le “festicciuole”), il carico sociale grava su pochissime spalle produttive. Un comune che non crea lavoro vero, ma solo “lavoretti” e qualche “bonus” legato all’effimero, è un comune destinato al collasso demografico così come in realtà sta succedendo.
  • Tasso di NEET e Abbandono Scolastico: La fragilità sociale nasce nelle scuole. Senza un investimento serio sulla cultura e sulla formazione professionale, cresce un paese incapace di un pensiero riflessivo, critico e autonomo.

Quindi viene da dire che quando la festa e la narrazione finisce, resta solo il disagio (e il silenzio)

Secondo me c’è un’espressione che descrive perfettamente il presente e il recente passato di Ruffano: dissociazione cognitiva. Da un lato c’è stato un borgo scintillante, quello dei selfie sotto le luminarie, delle piazze affollate per l’ennesima “festicciuola” stagionale e della narrazione di un “paese guida” che brilla di luce propria nel basso Salento. Dall’altro, però, c’è la realtà dei numeri, fredda e spietata come una sentenza.

I dati Istat non lasciano spazio a interpretazioni: Ruffano è scivolato verso il fondo della classifica provinciale e regionale per disagio socioeconomico. Ma la vera notizia non è il dato in sé, quanto il silenzio assordante che lo ha accolto.

Mentre il tessuto economico locale arrancava, l’amministrazione comunale sembrava aver scelto la via più facile: quella della distrazione di massa con narrazioni elucubrative ed esaltazione dell’effimero. È la politica dell’apparenza, dove il successo di un mandato si misura in decibel e numero di visitatori per una sera, anziché in posti di lavoro creati, servizi sociali potenziati o opportunità per i giovani.

Si amministra per l’algoritmo di Facebook, puntando tutto sull’immagine di un paese-vetrina. Ma dietro quella vetrina cosa c’è? C’è un territorio che fa fatica, famiglie che stringono la cinghia e una cronica mancanza di visione strategica che vada oltre la prossima locandina colorata.

Il dato più preoccupante, però, non riguarda chi governa, ma chi viene governato. La mancanza di commenti ai dati del disagio pubblicati suggerisce un fenomeno inquietante: l’assuefazione.

“Preferiamo ballare sulle macerie piuttosto che chiederci perché le stiamo calpestando.”

La narrazione del “paese guida” è diventata una coperta di Linus: ci rassicura, ci fa sentire importanti, ma non ci protegge dal freddo della crisi economica. Chi non critica, chi non analizza questi numeri incontestabili, sta di fatto firmando la resa di un’intera comunità, ma allo stesso tempo chi critica non è contro la comunità.

Non bastano i fiori ai balconi per nascondere il declino di un sistema. Un paese guida è quello che sa affronta i propri deficit, che investe nel welfare e che ha il coraggio di guardarsi allo specchio senza filtri Instagram.

Continuare a ignorare i dati Istat per non rovinarsi la festa non è ottimismo: è cecità, è responsabilità politica. Ruffano merita di più di un calendario di eventi; merita una classe dirigente e una cittadinanza che abbiano il coraggio di ammettere che, spenti i riflettori, il disagio resta lì, identico a prima. Anzi, un po’ più profondo.

Ma prima di oggi, in altri miei articoli su questa pagina, avevo già tratteggiato la situazione che l’Istat descrive scientificamente.

Non è vero poi che, come tu dici, l’opera più grande compiuta dalla amministrazione di cui hai fatto parte è la “pacificazione sociale” senza spiegare cosa si intende per pacificazione. Io posso essere testimone che non è così (ma anche altri insieme a me possono testimoniare) e non per mia volontà, ma per la perfidia di soggetti che con te sedevano in amministrazione comunale.

Per concludere devo convenire con quanto dici nella stessa conclusione del tuo post: “il progetto che abbiamo creato è più grande di noi…”

Forse hai ragione ed è probabilmente tanto grande che non avete avuto le capacità e le conoscenze per governare tale progetto tanto che vi è sfuggito dalle mani clamorosamente e “bruscamente”.

Con gli stessi ingredienti si può fare solo sempre la stessa torta.

Sempre con rispetto.

https://www.ilgallo.it/attualita/disagio-socioeconomico-salento-che-fatica

Il mio NO al referendum costituzionale

“Timeo Danaos et dona ferentes”

(Temo i Danai/Greci anche quando portano doni)

Tutti più o meno conosciamo la storia della presa di Troia da parte dei Greci attraverso l’inganno del così detto cavallo di Troia e quella nel titolo è la frase pronunciata da Laocoonte nell’Eneide, veggente e gran sacerdote, che metteva in guardia gli abitanti di Troia tentando di convincerli a non accettare quel dono (il cavallo in legno) donato dei Greci, dono che poi si è rivelato infatti letale per la città di Troia.

Perché questa introduzione storico-letteraria? Perché oggi a me sembra che l’attuale governo abbia costruito un moderno cavallo di Troia (il referendum sulla giustizia) per scardinare o indebolire un potere autonomo della Costituzione Italiana per asservirlo alla volontà e ai desiderata della politica.

Non è vero? Io so e leggo che nulla fanno i politici sostenitori del sì per sconfessarlo: leggo le dichiarazioni di massimi esponenti politici che confermano i miei dubbi quando strumentalmente e senza nessuna connessione logica né tantomeno tecnica portano a supporto della loro tesi casi giudiziari di attualità con i quali vogliono mettere in cattiva luce l’operato della magistratura.

Un caso per tutti per sintetizzare? La così detta “famiglia del bosco” alla quale è stata sottratta la cura dei figli minori. Ora, tutti voi conoscete la storia e sapete che il primo ministro on. Meloni si è schierata a favore della famiglia e contro la sua disgregazione imputandone la responsabilità ai giudici che hanno emesso il provvedimento (atteggiamento strumentale e scorretto della presidente del consiglio) ma la presidente Meloni e la sua maggioranza tutta non dice che poco meno di due anni fa ha voluto fortemente e fatto approvare il decreto Caivano nel quale è prevista la carcerazione per i genitori che non mandano i figli a scuola. Quindi? Quindi è ancora più grave se oltre a non garantire ai figli l’educazione scolastica non garantiscono anche altri servizi essenziali come le cure mediche e la socializzazione.

Non voglio discutere dal punto di vista tecnico la riforma proposta, non ne avrei le competenze anche se un poco di diritto l’ho pure studiato. Però andare a votare sì per questa riforma costituzionale così come è proposta è un azzardo. È un azzardo perché rimanda la piena attuazione di essa a delle leggi che dovrebbero essere votate poi in Parlamento. Quindi io cittadino che sono chiamato ad esprimermi vengo preso in giro perché poi la vera efficacia del provvedimento avverrà con le leggi di attuazione che saranno votate a maggioranza in parlamento che sarà quella maggioranza che vuole il drastico ridimensionamento di un organo autonomo (la magistratura) previsto nella Costituzione Italiana.

È proprio così perché cosa può pensare di più un cittadino quando legge e ascolta dichiarazioni del ministro Nordio che afferma candidamente in più occasioni:

  • la Schlein non ha capito che questa riforma può avvantaggiare anche lei se e quando andrà al potere”
  • “Nessuno ha mai affermato che questa riforma risolverà i problemi della giustizia”
  • “La Magistratura va controllata e la riforma lo permetterà”
  • “La Magistratura è una associazione paramafiosa”

O anche la senatrice Matone della Lega quando in un fuori onda televisivo sulle dichiarazioni di Nordio dichiara tutto il suo malessere perché “tutti noi pensiamo quelle cose però non si devono dire pubblicamente”, ossia siamo contro la magistratura ma non dobbiamo dirlo.

Ma ancora le giornaliere dichiarazioni al veleno contro la magistratura del presidente del consiglio on. Meloni.

Non voglio tediarvi con altre citazioni ma permettetemi l’ultima successa in ordine di tempo quando ieri il capo di gabinetto del Ministro della Giustizia Nordio, Giusi Bartolozzi indagata per la questione Almasri per false informazioni al pubblico ministero, ha dichiarato pubblicamente Votate Si e ci togliamo di mezzo la magistratura, è un plotone di esecuzione.

È ovvio allora che la riforma della giustizia proposta dal governo non ha nulla di tecnico ma è un fatto puramente politico che ci trasciniamo da alcuni decenni di berlusconiana memoria e vuole tutelare le malefatte della classe politica dall’azione di controllo della magistratura e nessun beneficio evidente ne rinviene per i cittadini che oggi invece sono tutelati dal controllo che opera una magistratura indipendente.

In parlamento oggi siedono ministri, sottosegretari, viceministri e tanti onorevoli indagati, rinviati a giudizio e addirittura condannati per reati vari che come se nulla fosse in spregio ad ogni buon gusto e in spregio dell’etica e della morale occupano le loro posizioni e sono ovviamente e convintamente decisi a votare sì e ovviamente (per loro) la colpa di trovarsi indagati, rinviati a giudizio o condannati è dei giudici che hanno valutato le prove e non la loro che si sono prestati a malefatte.

In questo contesto mi sorprende tanto la conversione della destra italiana che storicamente nelle vicende che hanno riguardato gli scandali politici (ricordiamo mani pulite) ha sempre strenuamente difeso la magistratura dagli attacchi dei politici. Purtroppo, secondo me, ha dovuto piegarsi a quei compromessi che un tempo erano per loro come l’acqua santa per il diavolo e accettare questa riforma voluta fortemente dagli eredi politici di Berlusconi in cambio dell’assicurazione a Meloni dell’appoggio per una futura riforma presidenziale dello Stato e l’assicurazione alla Lega Nord del federalismo regionale e del giocattolo di Salvini del ponte sullo stretto. Quando il potere liscia il pelo…

La mia è anche una testimonianza diretta per aver subito da amministratore le attenzioni della magistratura (o meglio sarebbe dire la pressione scandalosa e senza scrupoli di una certa politica, ma è un altro tema di cui mi prometto di approfondire) che ho accettato col dovuto garbo e rispetto e sono stato difeso con lo stesso garbo, perizia e capacità professionale dai miei avvocati nel processo e mai dal processo anche se delle ingiustizie le ho subite, non dai giudici ma dai politici compreso il defunto esimio presidente della repubblica on. Napolitano (pace all’anima sua).

Lo stesso PM che mi accusava ha poi chiesto la piena assoluzione. Se al tempo fosse stata vigente la riforma che oggi si propone sicuramente il risultato sarebbe stato diverso, ma io ho avuto la fortuna del Pm che valuta autonomamente e in piena libertà le prove sia contro che a favore dell’indagato.

Ma poi al netto di tutto, c’è molto da riflettere pensando che questa riforma era fortemente voluta ed era scritta nel piano di rinascita della famigerata loggia massonica P2 del venerabile capo Licio Gelli di cui anche Berlusconi faceva parte. Ed è ormai assodato che questa loggia massonica è stata attrice principale di un periodo stragista e fautrice di progetti delinquenziali e destabilizzanti per la democrazia in Italia e per lo Stato Democratico. Personalmente mi basterebbe anche solo questa motivazione per votare NO!

Ecco allora le ragioni, di natura strettamente politica, per le quali io voto convintamente NO al referendum del 23/24 marzo.

Li ciucci

Ijeu ca cercu sempre cu ‘mparu
studiu, leggu, ascoltu
eppuru certe fiate me sentu nu somaru.
Poi ‘nc’è ci nu cazzu no capisce
e te ogni cosa
cu presunzione disquisisce
e te vene ne dumanni
ma ssignuria quante laure teni?
e non è pe casu ca te ‘nganni?
Ma è meiju li lassi stare
è meiju trhovi na scusa,
“na cosa urgente tegnu te fare”.
Su ciucci sannu sulu raijare
è inutile ne rispunni
tantu no ‘nc’è nenzi te fare.