“Allo vallo!”

Assistendo alle vicende dell’attualità mondiale fino ai cortili di casa nostra mi si è posta con insistenza una domanda che non mi lasciava tregua e alla quale ho voluto dedicare una riflessione e cercare una risposta. La domanda anche se può sembrare articolata è molto semplice: “chi è maggiormente responsabile per scelte irresponsabili, l’irresponsabile che le fa o gli irresponsabili che lo sostengono e lo seguono?”

In un mondo ideale, l’irresponsabile sarebbe un persona isolata: un individuo che compie scelte discutibili e ne paga le conseguenze personalmente, in solitaria, come un naufrago che decide di bucare la propria scialuppa per vedere se l’acqua è fresca. Nella realtà, però, l’irresponsabilità è quasi sempre un “fenomeno di gruppo” e la storia ce lo insegna.

Chi è più colpevole? Il “matto” che indica il precipizio o la folla che lo segue al galoppo gridando “finalmente un panorama nuovo!”?

Rifletto sull’irresponsabile: chi è? Parto da una definizione illuminata di don Tonino Bello che definiva etimologicamente la parola formata da “responso” e “abilità”. Il responso è una risposta solenne, autorevole a una domanda o richiesta. Quindi la responsabilità è la capacità, l’abilità di dare un responso. Per analogia, quindi, irresponsabile vuol dire ovviamente non avere la capacità o l’abilità di un responso se non demagogia.

Si può perciò affermare che l’irresponsabile spesso agisce per deficit di visione, eccesso di ego o semplice leggerezza. Per lui, la scelta irresponsabile è un atto naturale, quasi istintivo. È il motore immobile del caos.

Per i sostenitori, invece, la questione è di natura etica e morale. Chi segue dovrebbe avere, teoricamente, il potere e la capacità di scelta e il dovere del discernimento. Validare una irresponsabilità significa darle gambe, risorse e legittimità. Senza il gregge, il lupo cattivo è solo un cane che abbaia al vento; senza i seguaci, l’irresponsabile è solo un eccentrico innocuo.

Quindi, Il sostenitore è, tecnicamente, “più irresponsabile” del leader, perché compie un atto di sottomissione intellettuale: rinuncia alla propria capacità critica per appaltare il proprio destino a un pifferaio magico che il più delle volte non sa nemmeno suonare il flauto.

E sempre riflettendo ho trovato l’archetipo di questo cortocircuito nella figura di “Brancaleone da Norcia”. Il nostro “magnifico” cavaliere è l’irresponsabile per eccellenza: privo di mezzi, privo di senno, ma dotato di un’invidiabile capacità di convincere gli altri che la prossima sventura sarà un trionfo.

Ma guardiamo la sua armata. Un manipolo di straccioni che, pur vedendo il proprio leader caricare mulini a vento (o peggio, cadere da un ponte sospeso), continua a seguirlo verso la Terra Santa (o verso la prossima bastonata).

“Ma che fuggite? È un’astuzia bellica!” grida ai suoi Brancaleone quando potrebbe essere scornato per un fallimento.

Ecco il punto: il sostenitore dell’irresponsabile non è solo un complice, è un “interprete creativo del disastro”. Quando Brancaleone porta tutti nel fango, c’è sempre qualcuno che loda la qualità terapeutica dell’argilla.

Il seguace trasforma l’errore grossolano in “visione controcorrente” e la mancanza di senso civico in “spirito libertario”. Se Brancaleone fosse rimasto solo, al massimo si sarebbe preso un raffreddore in qualche fossato; grazie ai suoi seguaci, la sua irresponsabilità potrebbe diventare un’epopea di un fallimento catastrofico personale e collettivo degli stessi seguaci.

In definitiva, se l’irresponsabile è la scintilla, chi lo sostiene è il comburente.

Mentre il primo di fronte ad un giudizio potrebbe invocare l’incapacità di intendere e di volere, il secondo non ha scuse: ha visto il baratro, ha guardato la guida che inciampava sui propri lacci e ha deciso comunque di mettersi in fila, magari lucidando l’armatura arrugginita.

Forse, come direbbe l’illustre Cavaliere da Norcia, la colpa non è di chi non sa dove va, ma di chi, vedendo uno che vaga a casaccio, esclama: “Ecco l’uomo che ci porterà alla gloria!” e lo segue nel primo fosso disponibile.

“Allo vallo!”

Per precisazione

Per ulteriore precisazione mi dispiace dover contraddire l’ass. De Vitis.
Sulla base delle informazioni ufficiali dell’ISTAT e dei rapporti territoriali
recenti (come il BES 2025 della Provincia di Lecce citato indirettamente),
l’Indice di Disagio Socioeconomico (IDISE) presentato e aggiornato nel 2025
fa riferimento principalmente a dati consolidati tra il 2021 e il 2025

  • Per quanto riguarda il 2021 si fa riferimento agli ultimi dati censuari.
    L’ultimo censimento è del 2021 e i dati riguardano il censimento
    permanente della popolazione e delle abitazioni. Anche se pubblicati o
    analizzati in report del 2025, il 2021 è l’anno “di base” perché fornisce
    la fotografia più dettagliata e scientificamente attendibile a livello
    comunale e sub-comunale (fino alle singole sezioni di censimento).
  • Per quanto riguarda gli Indicatori di “contorno” (2024-2025): Alcuni
    report (come il Benessere Equo e Sostenibile – BES) integrano l’indice
    con dati più freschi per indicatori specifici:
    o Demografia e Lavoro: Dati aggiornati al 2024 (es. tassi di
    occupazione, incrementi migratori).
  • Popolazione residente: Stime aggiornate al 1° gennaio 2025.
  • Evoluzione storica: Prima di questo aggiornamento, gli indici di
    disagio strutturale erano stati calcolati dall’ISTAT per gli anni dei
    censimenti generali “decennali”: 1991, 2001 e 2011.
  • Perché si usano dati del 2021 nel 2025?
    Esiste un “gap” fisiologico tra la raccolta dei dati e la pubblicazione dell’indice
    perché l’ISTAT deve incrociare variabili molto complesse (istruzione,
    condizioni abitative, stabilità lavorativa, composizione familiare). Questo
    rende il dato del 2021 l’ultimo dato strutturale certo per poter confrontare
    tra loro i comuni (come Ruffano e i suoi vicini) su una base scientifica
    omogenea.
    In sintesi, quando si legge il report del 2025, si guardando una fotografia
    scattata nel 2021 ma analizzata con gli strumenti e i confronti territoriali più
    recenti del 2024 e 2025. Questo conferma la tesi che se già nel 2021 la
    situazione era critica, gli anni successivi non hanno fatto altro che acuire
    questo disagio.
    Quindi quelli che ho presentato sono dati aggiornati al 2025 a tema di
    smentita.

E poi da ultimo mi permetto un consiglio se pur non richiesto: l’intelligenza
artificiale è un’ottima cosa, ma può costituire motivo di inciampo se non si è in
grado di porre le giuste domande.
E poi ancora chi potrebbe pensare mai di pubblicare, e men che meno l’Istat,
report con dati obsoleti da più di dieci anni?

Il disagio non è un destino, ma una responsabilità politica

Caro Franco, non è la prima volta che interloquisco con te pubblicamente, ricordi quel tuo post in cui dichiaravi che fai parte della migliore amministrazione del dopoguerra e che ne avremo viste delle belle? Non vorrei essere nei panni di chi ti sta ancora accanto per non gridare ad una jattura e bene fai a non esprimerti sugli eventi di attualità. Ovviamente scherzo!

Mi hanno recapitato il post ultimo che tu hai scritto su facebook dove annunci la tua ricandidatura. Nulla questio, ognuno è libero di fare le proprie scelte come meglio crede. Permettimi però di eccepire sulle motivazioni che al di là di generiche affermazioni nulla raccontano della realtà e non voglio entrare nel merito delle opere di cui parli altrimenti scivoleremmo in un contraddittorio che per senso di responsabilità civica e umanità cristiana non mi va di intraprendere.

Avrei meglio compreso, capito e apprezzato, ma anche giustificato, motivazioni che fossero state di solidarietà per la vicenda umana e giudiziaria del sindaco, cosa che non traspare in nessun passo del tuo post.

Parlare però, come fai tu, ma non solo tu, di un paese che sembra lì lì perché gli sia assegnato il premio Nobel per capacità amministrative proprio no.

È di poco tempo fa un’indagine Istat che disegna il nostro comune tra i più arretrati e fragili e che vive un forte disagio socioculturale ed economico che ci porta in questa graduatoria a superare di gran lunga gli indici di tollerabilità e a piazzarci all’ottavo posto in provincia di Lecce e al trentaquattresimo in tutta la Puglia tra i comuni più disagiati.

Questo studio è stato pubblicato dalla stampa locale solo dal Gallo di Tricase (vd. articolo in nota) e nessuno ne ha fatto menzione ed esso rileva importantissimi indici che sempre al di là di narrazioni trionfalistiche raccontano un paese ben diverso.

Perché siamo un “Comune Fragile”

I dati pubblicati dall’Istat non sono opinioni, ma il risultato di indici tecnici che misurano la tenuta di una società. Ruffano soffre per tre fattori critici che l’amministrazione o ha nascosto sotto il tappeto delle narrazioni o che non conosceva (ipotesi più benevola):

  • IVSM (Indice di Vulnerabilità Sociale e Materiale): Questo parametro non guarda solo al reddito, ma alla qualità della vita. Misura l’affollamento delle case, il basso livello di istruzione e la quota di famiglie che vivono in isolamento sociale. Ruffano segna rosso: qui la povertà non è solo monetaria, ma è povertà di opportunità.
  • Indice di Dipendenza Strutturale: Con una popolazione che invecchia e giovani che fuggono (nonostante le “festicciuole”), il carico sociale grava su pochissime spalle produttive. Un comune che non crea lavoro vero, ma solo “lavoretti” e qualche “bonus” legato all’effimero, è un comune destinato al collasso demografico così come in realtà sta succedendo.
  • Tasso di NEET e Abbandono Scolastico: La fragilità sociale nasce nelle scuole. Senza un investimento serio sulla cultura e sulla formazione professionale, cresce un paese incapace di un pensiero riflessivo, critico e autonomo.

Quindi viene da dire che quando la festa e la narrazione finisce, resta solo il disagio (e il silenzio)

Secondo me c’è un’espressione che descrive perfettamente il presente e il recente passato di Ruffano: dissociazione cognitiva. Da un lato c’è stato un borgo scintillante, quello dei selfie sotto le luminarie, delle piazze affollate per l’ennesima “festicciuola” stagionale e della narrazione di un “paese guida” che brilla di luce propria nel basso Salento. Dall’altro, però, c’è la realtà dei numeri, fredda e spietata come una sentenza.

I dati Istat non lasciano spazio a interpretazioni: Ruffano è scivolato verso il fondo della classifica provinciale e regionale per disagio socioeconomico. Ma la vera notizia non è il dato in sé, quanto il silenzio assordante che lo ha accolto.

Mentre il tessuto economico locale arrancava, l’amministrazione comunale sembrava aver scelto la via più facile: quella della distrazione di massa con narrazioni elucubrative ed esaltazione dell’effimero. È la politica dell’apparenza, dove il successo di un mandato si misura in decibel e numero di visitatori per una sera, anziché in posti di lavoro creati, servizi sociali potenziati o opportunità per i giovani.

Si amministra per l’algoritmo di Facebook, puntando tutto sull’immagine di un paese-vetrina. Ma dietro quella vetrina cosa c’è? C’è un territorio che fa fatica, famiglie che stringono la cinghia e una cronica mancanza di visione strategica che vada oltre la prossima locandina colorata.

Il dato più preoccupante, però, non riguarda chi governa, ma chi viene governato. La mancanza di commenti ai dati del disagio pubblicati suggerisce un fenomeno inquietante: l’assuefazione.

“Preferiamo ballare sulle macerie piuttosto che chiederci perché le stiamo calpestando.”

La narrazione del “paese guida” è diventata una coperta di Linus: ci rassicura, ci fa sentire importanti, ma non ci protegge dal freddo della crisi economica. Chi non critica, chi non analizza questi numeri incontestabili, sta di fatto firmando la resa di un’intera comunità, ma allo stesso tempo chi critica non è contro la comunità.

Non bastano i fiori ai balconi per nascondere il declino di un sistema. Un paese guida è quello che sa affronta i propri deficit, che investe nel welfare e che ha il coraggio di guardarsi allo specchio senza filtri Instagram.

Continuare a ignorare i dati Istat per non rovinarsi la festa non è ottimismo: è cecità, è responsabilità politica. Ruffano merita di più di un calendario di eventi; merita una classe dirigente e una cittadinanza che abbiano il coraggio di ammettere che, spenti i riflettori, il disagio resta lì, identico a prima. Anzi, un po’ più profondo.

Ma prima di oggi, in altri miei articoli su questa pagina, avevo già tratteggiato la situazione che l’Istat descrive scientificamente.

Non è vero poi che, come tu dici, l’opera più grande compiuta dalla amministrazione di cui hai fatto parte è la “pacificazione sociale” senza spiegare cosa si intende per pacificazione. Io posso essere testimone che non è così (ma anche altri insieme a me possono testimoniare) e non per mia volontà, ma per la perfidia di soggetti che con te sedevano in amministrazione comunale.

Per concludere devo convenire con quanto dici nella stessa conclusione del tuo post: “il progetto che abbiamo creato è più grande di noi…”

Forse hai ragione ed è probabilmente tanto grande che non avete avuto le capacità e le conoscenze per governare tale progetto tanto che vi è sfuggito dalle mani clamorosamente e “bruscamente”.

Con gli stessi ingredienti si può fare solo sempre la stessa torta.

Sempre con rispetto.

https://www.ilgallo.it/attualita/disagio-socioeconomico-salento-che-fatica

Il mio NO al referendum costituzionale

“Timeo Danaos et dona ferentes”

(Temo i Danai/Greci anche quando portano doni)

Tutti più o meno conosciamo la storia della presa di Troia da parte dei Greci attraverso l’inganno del così detto cavallo di Troia e quella nel titolo è la frase pronunciata da Laocoonte nell’Eneide, veggente e gran sacerdote, che metteva in guardia gli abitanti di Troia tentando di convincerli a non accettare quel dono (il cavallo in legno) donato dei Greci, dono che poi si è rivelato infatti letale per la città di Troia.

Perché questa introduzione storico-letteraria? Perché oggi a me sembra che l’attuale governo abbia costruito un moderno cavallo di Troia (il referendum sulla giustizia) per scardinare o indebolire un potere autonomo della Costituzione Italiana per asservirlo alla volontà e ai desiderata della politica.

Non è vero? Io so e leggo che nulla fanno i politici sostenitori del sì per sconfessarlo: leggo le dichiarazioni di massimi esponenti politici che confermano i miei dubbi quando strumentalmente e senza nessuna connessione logica né tantomeno tecnica portano a supporto della loro tesi casi giudiziari di attualità con i quali vogliono mettere in cattiva luce l’operato della magistratura.

Un caso per tutti per sintetizzare? La così detta “famiglia del bosco” alla quale è stata sottratta la cura dei figli minori. Ora, tutti voi conoscete la storia e sapete che il primo ministro on. Meloni si è schierata a favore della famiglia e contro la sua disgregazione imputandone la responsabilità ai giudici che hanno emesso il provvedimento (atteggiamento strumentale e scorretto della presidente del consiglio) ma la presidente Meloni e la sua maggioranza tutta non dice che poco meno di due anni fa ha voluto fortemente e fatto approvare il decreto Caivano nel quale è prevista la carcerazione per i genitori che non mandano i figli a scuola. Quindi? Quindi è ancora più grave se oltre a non garantire ai figli l’educazione scolastica non garantiscono anche altri servizi essenziali come le cure mediche e la socializzazione.

Non voglio discutere dal punto di vista tecnico la riforma proposta, non ne avrei le competenze anche se un poco di diritto l’ho pure studiato. Però andare a votare sì per questa riforma costituzionale così come è proposta è un azzardo. È un azzardo perché rimanda la piena attuazione di essa a delle leggi che dovrebbero essere votate poi in Parlamento. Quindi io cittadino che sono chiamato ad esprimermi vengo preso in giro perché poi la vera efficacia del provvedimento avverrà con le leggi di attuazione che saranno votate a maggioranza in parlamento che sarà quella maggioranza che vuole il drastico ridimensionamento di un organo autonomo (la magistratura) previsto nella Costituzione Italiana.

È proprio così perché cosa può pensare di più un cittadino quando legge e ascolta dichiarazioni del ministro Nordio che afferma candidamente in più occasioni:

  • la Schlein non ha capito che questa riforma può avvantaggiare anche lei se e quando andrà al potere”
  • “Nessuno ha mai affermato che questa riforma risolverà i problemi della giustizia”
  • “La Magistratura va controllata e la riforma lo permetterà”
  • “La Magistratura è una associazione paramafiosa”

O anche la senatrice Matone della Lega quando in un fuori onda televisivo sulle dichiarazioni di Nordio dichiara tutto il suo malessere perché “tutti noi pensiamo quelle cose però non si devono dire pubblicamente”, ossia siamo contro la magistratura ma non dobbiamo dirlo.

Ma ancora le giornaliere dichiarazioni al veleno contro la magistratura del presidente del consiglio on. Meloni.

Non voglio tediarvi con altre citazioni ma permettetemi l’ultima successa in ordine di tempo quando ieri il capo di gabinetto del Ministro della Giustizia Nordio, Giusi Bartolozzi indagata per la questione Almasri per false informazioni al pubblico ministero, ha dichiarato pubblicamente Votate Si e ci togliamo di mezzo la magistratura, è un plotone di esecuzione.

È ovvio allora che la riforma della giustizia proposta dal governo non ha nulla di tecnico ma è un fatto puramente politico che ci trasciniamo da alcuni decenni di berlusconiana memoria e vuole tutelare le malefatte della classe politica dall’azione di controllo della magistratura e nessun beneficio evidente ne rinviene per i cittadini che oggi invece sono tutelati dal controllo che opera una magistratura indipendente.

In parlamento oggi siedono ministri, sottosegretari, viceministri e tanti onorevoli indagati, rinviati a giudizio e addirittura condannati per reati vari che come se nulla fosse in spregio ad ogni buon gusto e in spregio dell’etica e della morale occupano le loro posizioni e sono ovviamente e convintamente decisi a votare sì e ovviamente (per loro) la colpa di trovarsi indagati, rinviati a giudizio o condannati è dei giudici che hanno valutato le prove e non la loro che si sono prestati a malefatte.

In questo contesto mi sorprende tanto la conversione della destra italiana che storicamente nelle vicende che hanno riguardato gli scandali politici (ricordiamo mani pulite) ha sempre strenuamente difeso la magistratura dagli attacchi dei politici. Purtroppo, secondo me, ha dovuto piegarsi a quei compromessi che un tempo erano per loro come l’acqua santa per il diavolo e accettare questa riforma voluta fortemente dagli eredi politici di Berlusconi in cambio dell’assicurazione a Meloni dell’appoggio per una futura riforma presidenziale dello Stato e l’assicurazione alla Lega Nord del federalismo regionale e del giocattolo di Salvini del ponte sullo stretto. Quando il potere liscia il pelo…

La mia è anche una testimonianza diretta per aver subito da amministratore le attenzioni della magistratura (o meglio sarebbe dire la pressione scandalosa e senza scrupoli di una certa politica, ma è un altro tema di cui mi prometto di approfondire) che ho accettato col dovuto garbo e rispetto e sono stato difeso con lo stesso garbo, perizia e capacità professionale dai miei avvocati nel processo e mai dal processo anche se delle ingiustizie le ho subite, non dai giudici ma dai politici compreso il defunto esimio presidente della repubblica on. Napolitano (pace all’anima sua).

Lo stesso PM che mi accusava ha poi chiesto la piena assoluzione. Se al tempo fosse stata vigente la riforma che oggi si propone sicuramente il risultato sarebbe stato diverso, ma io ho avuto la fortuna del Pm che valuta autonomamente e in piena libertà le prove sia contro che a favore dell’indagato.

Ma poi al netto di tutto, c’è molto da riflettere pensando che questa riforma era fortemente voluta ed era scritta nel piano di rinascita della famigerata loggia massonica P2 del venerabile capo Licio Gelli di cui anche Berlusconi faceva parte. Ed è ormai assodato che questa loggia massonica è stata attrice principale di un periodo stragista e fautrice di progetti delinquenziali e destabilizzanti per la democrazia in Italia e per lo Stato Democratico. Personalmente mi basterebbe anche solo questa motivazione per votare NO!

Ecco allora le ragioni, di natura strettamente politica, per le quali io voto convintamente NO al referendum del 23/24 marzo.

Li ciucci

Ijeu ca cercu sempre cu ‘mparu
studiu, leggu, ascoltu
eppuru certe fiate me sentu nu somaru.
Poi ‘nc’è ci nu cazzu no capisce
e te ogni cosa
cu presunzione disquisisce
e te vene ne dumanni
ma ssignuria quante laure teni?
e non è pe casu ca te ‘nganni?
Ma è meiju li lassi stare
è meiju trhovi na scusa,
“na cosa urgente tegnu te fare”.
Su ciucci sannu sulu raijare
è inutile ne rispunni
tantu no ‘nc’è nenzi te fare.

Fallo da espulsione

Durante una finale di calcio un arbitro richiama più volte un giocatore per delle scorrettezze di gioco, poi lo ammonisce con cartellino giallo e infine per un fallo grave lo espelle direttamente con cartellino rosso. Il giocatore espulso è il capitano della squadra, che lascerà in dieci uomini e subirà una lunga squalifica. La sua squadra perderà la partita compromettendo la vittoria del trofeo.

Di chi la colpa di aver perso? Dell’arbitro che ha espulso giustamente il giocatore e capitano o di quest’ultimo che si è fatto espellere e squalificare per un grave ed evidente fallo di gioco? E non saranno altrettanto responsabili i suoi compagni di squadra e l’allenatore che non hanno saputo consigliarlo ad una condotta contenuta?

Eppure persino i giocatori della squadra avversaria, oltre all’arbitro, lo avevano consigliato bonariamente a darsi una calmata e ammonito sul fatto che poteva essere espulso. Ora, avrà ragione il capitano espulso nel post partita a lamentare per la sconfitta e per il fallimento addebitando la responsabilità all’arbitro?

Teatrini tardo-melodrammatici

Se qualcuno pensa di intimidirmi con pseudo pressioni psicologiche e argomentazioni da cortile per ciò che scrivo e perché si sente coinvolto da giudizi personali che non ho mai espresso pubblicamente, ma che senza usare ipocrisia li ho per me, mal gliene incoglie. Nei miei post su Facebook o negli scritti pubblicati nel mio blog (www.puntiecontrappunti.org) ho sempre commentato i fatti, mai ho dato giudizi personali, se non ai fatti e alle funzioni e alle cariche che quelle persone ricoprivano in quel momento storico.

Se poi qualcuno si identifica con la carica non è un mio problema.

Quando si ricopre o si è ricoperta una carica pubblica le critiche vanno accettate e, almeno per me pare ovvio, bisogna rispondere nel merito e non lagnarsi della eventuale critica o ancora peggio cercare di intimidire o mettere in una sorta di subornazione psicologica, facendo la vittima sacrificale, la persona che ha mosso la critica. Almeno con me non attacca!

Evitiamo certi teatrini tardo-melodrammatici!

E dopo di che, mi taccio.

25 APRILE GIORNO DI FESTA MA ANCHE DI MEMORIA

Si, un giorno di festa perchè fu il giorno del riscatto dalla schiavitù e dall’oppressione del nazifascismo con la proclamazione dell’insurrezione generale su tutto il territorio nazionale da parte del Comitato di Liberazione Nazionale e con l’imposizione della resa a fascisti e tedeschi che ancora occupavano parte della nazione.

Nella proclamazione dello sciopero generale, in un passaggio del suo discorso Sandro Pertini invitava a porre i tedeschi e i fascisti di fronte ad un dilemma: arrendersi o perire. Questa fu la parola d’ordine che accese gli animi di tanti italiani, uomini e donne, provati dalla guerra e da mille difficoltà a ribellarsi contro le ultime sacche di un sistema totalitario che aveva soffocato ogni libertà.

Ma è anche un giorno di memoria per quanti hanno combattuto tra le fila delle formazioni partigiane e caduti sul campo di battaglia o trucidati dalle forze nazifasciste per poter consegnare alle generazioni future una patria fondata sulla libertà. Molti di loro non hanno potuto festeggiare la liberazione perchè hanno sacrificato la propria vita per un ideale di libertà della quale non hanno potuto godere in vita se non nella coraggiosa e libera scelta di partecipare alla lotta di liberazione lontani dalle proprie famiglie e dai propri affetti.

Un giovane che ha compiuto la scelta della lotta ed è morto sul campo di battaglia è stato Armando, insignito con la croce d’argento al valor militare.

Armando Leone, un nostro compaesano, cugino di mio padre. Morto a 23 anni nel luglio del 1944 trucidato insieme ad altri quattro suoi compagni dai nazifascisti a Molino di Pozzolo in provincia di Parma. E’ stato l’unico partigiano ruffanese e uno dei pochi salentini. E’ morto per quell’ideale di libertà che non ha conosciuto così come non ha mai conosciuto sua figlia. Il suo nome di battaglia era “Carlos”.

E’ una storia che in pochi conoscono e che nessuno aveva mai ricordato sin quando una amministrazione da me presieduta gli dedicò una strada del paese.

Ora, festeggiamo pure ricordando che se possiamo farlo è anche grazie al sacrificio di tanti giovani come Armando ai quali dovrebbe andare un grato pensiero di riconoscenza e non a chi ancora oggi utilizza strumenti di sottile e furbesca retorica per esaltare il fascismo e oltraggiare la Resistenza. Evviva l’Italia libera dal fascismo.

Fondi Pnrr: occasione perduta?

La visione miope delle amministrazioni locali e il fare compulsivo.

L’utilizzo dei fondi PNRR

Una pioggia di milioni di euro hanno cominciato ad arrivare nelle casse dei comuni dai Fondi Strutturali del PNRR, una grande opportunità e una altrettanto grande fortuna per chi amministra.

Ciò che ci si poteva augurare era l’opportunità di elaborare dei progetti di grande qualità e valore e soprattutto che si favorissero procedure partecipative.

Temo però che questo stia rimanendo nel solito ambito di buoni propositi e promesse mancate perché i comuni chiamati ad elaborare i progetti stanno dimostrando limiti funzionali, totale incapacità politica e una miope gestione amministrativa affetta da un fare compulsivo invece di pensare ed elaborare progetti di grande qualità che potrebbero dare nel tempo mediato grandi risultati di sviluppo, si ripropongono dei contenuti già ampiamente noti e forse in parte anche superati e con il dubbio che questi progetti  possano essere funzionali solo alla spartizione di ingenti risorse finanziarie tra studi di progettazione, aziende di costruzione e faccendieri vari.

Del resto, in una fase storica fortemente segnata, in generale, da un’evidente difficoltà della politica a svolgere le sue funzioni, che si somma ad un livello non particolarmente elevato degli amministratori locali, i comuni sono spinti a riproporre vecchi progetti accantonati in qualche cassetto in attesa di “tempi migliori” ormai superati, se non addirittura improponibili rispetto ai nuovi scenari economici ed ambientali.

Infatti, che senso ha in un piccolo comune, per esempio come il nostro, investire risorse per la costruzione di un asilo nido e di una piscina comunale? Detto così, sono cosciente che posso essere oggetto di esecrazione da parte di tanti “abbonati”.

E’ vero che sono investimenti permessi e finanziati dai Fondi PNRR però è anche vero che una volta realizzate saranno strutture che graveranno sul bilancio del comune e quindi sulle tasche dei cittadini, se condotte in proprio, o sui bilanci delle società se saranno prese in gestione. Considerato che la gran parte dei comuni, compreso il nostro, sono in grave regresso demografico con pochissime nascite, allora ecco che le domande vengono spontanee: quanti potranno utilizzare la struttura? Quali costi dovrà sostenere il comune per il mantenimento della struttura? Quali costi dovranno sostenere le famiglie per la retta di iscrizione dei propri figli? Non è dato sapere. E’ una incognita. E il rischio è di realizzare una struttura che non avrà futuro.

Dicasi la stessa cosa per la piscina. E’ una struttura che richiede un “fottio” di risorse per il mantenimento, tanto che molte strutture hanno chiuso o sono lì lì per chiudere non riuscendo a sopportare i costi di gestione e invece noi pensiamo di costruirne una nuova.

Ora, per formazione professionale, mi chiedo: i comuni ed evidentemente anche il nostro hanno una programmazione strategica sull’utilizzo dei fondi PNRR? Hanno un piano finanziario che testimoni la fattibilità delle opere proposte a finanziamento? Sono convinto proprio di no, ma vorrei sbagliarmi e sarei contento di essere smentito. Di fatto personalmente ho chiesto al mio comune, ero ancora consigliere comunale, se per la costruzione dell’asilo vi fosse un piano finanziario che poteva giustificare la realizzazione dell’opera, documento che non mi è stato mai dato. Evidentemente non c’è.

Ed ecco allora perché sono portato a pensare ad uno sguardo corto, miope degli amministratori e ad un fare compulsivo, con la corsa al finanziamento, giusto per fare un’opera (e per una egoistica autocelebrazione dell’amministratore) che poi magari non sarà utilizzabile per le ragioni già dette.

In uno scenario di questo tipo, allora, è la vuota retorica e la voglia di apparire, anche solo per un giorno di gloria, che la fa da padrone. Così come la centralità delle giovani generazioni, sempre evocata e tanto decantata, ma in realtà mai praticata fino in fondo, eppure i fondi PNRR prevedono ottime misure di finanziamento per progetti di sviluppo e coesione sociale che possono coinvolgere i giovani.

Allo stato attuale, pur considerando le dovute eccezioni, i comuni stanno dimostrando di non essere in grado di farsi promotori di una valida progettazione territoriale, così come risulta evidente l’impossibilità per associazioni e gruppi di ricerca locali di inserirsi attivamente in processi e meccanismi di progettazione e legittime aspirazioni sulle risorse messe a disposizione che invece tendono a privilegiare enti, istituti, amministrazioni, università e spazi urbani più forti dal punto di vista del peso politico, ma che magari non hanno nemmeno legami e collegamenti diretti e costruttivi con i territori stessi. Non serve progettare “chiacchiere” con comuni che nulla hanno a che vedere con il nostro territorio per storia, tradizioni, cultura, usi e costumi.

Purtroppo, le logiche che stanno orientando gli amministratori locali per l’utilizzo dei fondi rivenienti dal PNRR, sono unicamente rivolte ad incentivare singole progettazioni, incapaci di escludere a priori rapporti di tipo clientelare e che rischiano di determinare un colossale e pericoloso fallimento in una corsa di un’assurda lotteria a chi riesce ad arrivare per primo al finanziamento. Non serve a nulla alimentare una corsa che mette in concorrenza tra di loro comuni confinanti che invece dovrebbero insieme creare coesione per un progetto di sviluppo di un determinato e più vasto territorio piuttosto che il proprio campanile.

Mi chiedo: a cosa serve rivitalizzare un comune, così come il nostro, magari adottando delle innovative ed avanzate soluzioni architettoniche (e nel nostro paese qualche “puttanata” del genere l’abbiamo fatta), dimenticando il più ampio e vitale tema dello spopolamento legato alla totale assenza di ogni opportunità economica, quando l’intero territorio circostante resta immerso nella depressione e nella marginalità?

Ecco allora che i fondi PNRR immaginati in questo modo e una gestione dei fondi strutturali di questo tipo sono del tutto inutili. È indispensabile evitare la frantumazione e la pratica ricorrente della semplice sommatoria di tanti singoli progetti destinati a rimanere separati e distanti.

Se è vero che il PNRR è un piano, allora è necessario che sia considerato a tutti gli effetti come tale e che abbia una forte visione strategica unitaria (non omologante, ovviamente). In altre parole, basterebbe tornare a fare quello che, su un piano squisitamente politico, non si fa più (se mai è stato fatto) e cioè pianificare e programmare, ma in una prospettiva “alta” e possibilmente distante dagli umori del più becero localismo e di una mera propaganda elettorale continua con insistite esposizioni mediatiche social e appaganti solo per “like” ricevuti dalla solita e immutabile “clack di ossequiosi”. Fare amministrazione non è sinonimo di spettacolo.

A chi vive e lavora in aree considerate ormai depresse, isolate, colpite da drammatiche catastrofi naturali (vedi per esempio xylella, ma è anche una catastrofe l’emigrazione giovanile e la così detta “fuga dei cervelli”), come è purtroppo il nostro territorio, non può interessare solo il bel borgo recuperato, pronto a gareggiare nel concorso del villaggio più bello d’Italia, ma l’immediatezza dei problemi quotidiani e la possibilità di continuare a condurre la propria esistenza in modo dignitoso, senza perdere il contatto con la propria terra.

Non perdiamo questa grande opportunità!

Cavallo? Il miglior sindaco

Siccome ho la sensazione che qualcuno possa essersi offeso dal mio articolo, per una lettura insufficiente e superficiale, che tra l’altro non chiama in causa né l’operato del sindaco né dell’amministrazione comunale, a scanso di equivoci confermo la mia opinione: Cavallo è il miglior sindaco che potesse avere Ruffano in questo contesto storico. Così siamo contenti tutti.