
Assistendo alle vicende dell’attualità mondiale fino ai cortili di casa nostra mi si è posta con insistenza una domanda che non mi lasciava tregua e alla quale ho voluto dedicare una riflessione e cercare una risposta. La domanda anche se può sembrare articolata è molto semplice: “chi è maggiormente responsabile per scelte irresponsabili, l’irresponsabile che le fa o gli irresponsabili che lo sostengono e lo seguono?”
In un mondo ideale, l’irresponsabile sarebbe un persona isolata: un individuo che compie scelte discutibili e ne paga le conseguenze personalmente, in solitaria, come un naufrago che decide di bucare la propria scialuppa per vedere se l’acqua è fresca. Nella realtà, però, l’irresponsabilità è quasi sempre un “fenomeno di gruppo” e la storia ce lo insegna.
Chi è più colpevole? Il “matto” che indica il precipizio o la folla che lo segue al galoppo gridando “finalmente un panorama nuovo!”?
Rifletto sull’irresponsabile: chi è? Parto da una definizione illuminata di don Tonino Bello che definiva etimologicamente la parola formata da “responso” e “abilità”. Il responso è una risposta solenne, autorevole a una domanda o richiesta. Quindi la responsabilità è la capacità, l’abilità di dare un responso. Per analogia, quindi, irresponsabile vuol dire ovviamente non avere la capacità o l’abilità di un responso se non demagogia.
Si può perciò affermare che l’irresponsabile spesso agisce per deficit di visione, eccesso di ego o semplice leggerezza. Per lui, la scelta irresponsabile è un atto naturale, quasi istintivo. È il motore immobile del caos.
Per i sostenitori, invece, la questione è di natura etica e morale. Chi segue dovrebbe avere, teoricamente, il potere e la capacità di scelta e il dovere del discernimento. Validare una irresponsabilità significa darle gambe, risorse e legittimità. Senza il gregge, il lupo cattivo è solo un cane che abbaia al vento; senza i seguaci, l’irresponsabile è solo un eccentrico innocuo.
Quindi, Il sostenitore è, tecnicamente, “più irresponsabile” del leader, perché compie un atto di sottomissione intellettuale: rinuncia alla propria capacità critica per appaltare il proprio destino a un pifferaio magico che il più delle volte non sa nemmeno suonare il flauto.
E sempre riflettendo ho trovato l’archetipo di questo cortocircuito nella figura di “Brancaleone da Norcia”. Il nostro “magnifico” cavaliere è l’irresponsabile per eccellenza: privo di mezzi, privo di senno, ma dotato di un’invidiabile capacità di convincere gli altri che la prossima sventura sarà un trionfo.
Ma guardiamo la sua armata. Un manipolo di straccioni che, pur vedendo il proprio leader caricare mulini a vento (o peggio, cadere da un ponte sospeso), continua a seguirlo verso la Terra Santa (o verso la prossima bastonata).
“Ma che fuggite? È un’astuzia bellica!” grida ai suoi Brancaleone quando potrebbe essere scornato per un fallimento.
Ecco il punto: il sostenitore dell’irresponsabile non è solo un complice, è un “interprete creativo del disastro”. Quando Brancaleone porta tutti nel fango, c’è sempre qualcuno che loda la qualità terapeutica dell’argilla.
Il seguace trasforma l’errore grossolano in “visione controcorrente” e la mancanza di senso civico in “spirito libertario”. Se Brancaleone fosse rimasto solo, al massimo si sarebbe preso un raffreddore in qualche fossato; grazie ai suoi seguaci, la sua irresponsabilità potrebbe diventare un’epopea di un fallimento catastrofico personale e collettivo degli stessi seguaci.
In definitiva, se l’irresponsabile è la scintilla, chi lo sostiene è il comburente.
Mentre il primo di fronte ad un giudizio potrebbe invocare l’incapacità di intendere e di volere, il secondo non ha scuse: ha visto il baratro, ha guardato la guida che inciampava sui propri lacci e ha deciso comunque di mettersi in fila, magari lucidando l’armatura arrugginita.
Forse, come direbbe l’illustre Cavaliere da Norcia, la colpa non è di chi non sa dove va, ma di chi, vedendo uno che vaga a casaccio, esclama: “Ecco l’uomo che ci porterà alla gloria!” e lo segue nel primo fosso disponibile.
“Allo vallo!”