
«Illusione è il credere che di fronte alla classe dominante stia, al presente, il popolo; sta, ed è cosa ben diversa, una nuova e futura aristocrazia, che si appoggia sul popolo». (Vilfredo Pareto)
Pochi giorni fa, partecipando ad una conferenza scientifica, condotta da un biologo molecolare e da un astrofisico, ambedue di fama nazionale ed europea, in cui si illustravano le analogie relazionali tra micro e macrocosmo, mi ha fatto riflettere una risposta dell’astrofisico su una mia precisa domanda sulla quale ingenuamente mi aspettavo una precisa risposta. Essa c’è stata ma è stata di tutt’altro tenore rispetto alle mie aspettative. Semplicemente mi è stato risposto: io faccio il mio lavoro che è quello della ricerca, non ho risposte da darti, devo professare la mia ignoranza.
Una risposta di una semplicità Illuminante, intelligente e non banale.
Non serve qui ripercorrere a ritroso la storia per ritrovare lo stesso concetto nell’Apologia di Platone quando l’oracolo di Delfi designò Socrate il più sapiente degli umani proprio perché egli si professava ignorante.
Oggi siamo lontani da questa ignoranza che chiameremo dotta, ossia di chi sa di non sapere malgrado studi anche approfonditi nelle materia di competenza. Dilaga, invece, quasi come un culto, un tipo di ignoranza crassa, piaciona, edonistica e che si compiace di se stessa.
Dilaga in tutte le pieghe della società usando gli strumenti moderni di comunicazione e che in poche righe presumono di dire qualcosa di intelligente, ma che purtroppo formano l’opinione comune di quanti si abbandonano supinamente e colpevolmente ad essa. E’ una ignoranza di tipo istintivo, impulsivo.
Il fatto preoccupante è che questo tipo di ignoranza ormai la fa da padrona in un settore di delicata importanza per la nostra vita: nella organizzazione della vita pubblica, essa si insinua nelle pubbliche amministrazioni locali, regionali e nazionali e in parte determina le sorti di un paese, di una regione, di una nazione.
Mentre per secoli e secoli essa è stata organizzata da una sorta di aristocrazia dei sapienti, così come anche auspicava Platone nella Repubblica, oggi invece pare che chi porta le briglia della città devono per forza essere ignoranti crassi e piacioni. Per carità, non tutti gli amministratori sono così, ne conosco e ne ho conosciuti tanti di valore, ma oggi pare siano maggioranza gli ignoranti che di proposito coltivano la loro ignoranza. Si, proprio così, è difficile negare che ci sia una corsa al culto dell’ignoranza.
E’ talvolta mortificante assistere o partecipare a consessi pubblici in cui gli amministratori dimostrano un grado di impreparazione mortificante e una ignoranza “tamarra”, aggressiva, intimidente, volgare e che hanno imparato l’uso del copia e incolla per proporre programmi e progetti avulsi da ogni contesto culturale e territoriale. Purtroppo però questo tipo di amministratori che avanzano non sono altro che il frutto proprio di quella ignoranza tamarra.
E’ pur vero che il tema dell’ignoranza è stato nei secoli una costante del genere umano, i nostri nonni, per gran parte erano degli analfabeti ma la differenza sta nel fatto che essi portavano con sé un bagaglio di valori, tradizioni, convinzioni e umiltà oltre che braccia da lavoro che ci hanno lasciato in eredità e che noi stiamo lentamente erodendo e regredendo a differenza degli ignoranti di oggi che sanno leggere (con affanno) e scrivere (senza saper chiudere un periodo e storpiando la grammatica), ma che sono svuotati di ogni valore umano, di ogni legame con la tradizione umana e il territorio.
Questi personaggi, purtroppo, governano anche le nostre vite occupando posti di responsabilità, senza responsabilità, nelle pubbliche amministrazioni preoccupati solo di apparire e di collezionare like social.
A loro che hanno assunto, sperando scientemente, una responsabilità, si chiede non tanto la “dotta ignoranza” ma almeno la conoscenza del conoscibile, la conoscenza delle evidenze, in sostanza la conoscenza delle materie per le quali si sono impegnati verso una comunità. Il problema è che si fermano sulla porta delle conoscenze accontentandosi delle sole informazioni e illudendosi di sapere.
E’ vero, l’ignoranza è un guaio, ma molte volte lo è di più “l’illusione di sapere” corroborata da una posizione di potere legittimata da un voto popolare e dalla fallace credenza che “uno vale uno” e che tutti possano fare tutto e dire di tutto. Non è vero che “uno può valere uno”. Io sono d’accordo col buon Eraclito che dichiarava: “Uno è per me diecimila, se è il migliore”.
Ma avere delle conoscenze è “il minimo sindacale” che si richiede ad un amministratore e ad un politico pur non essendo esse sinonimo di intelligenza. Così come il giovane non è sempre garanzia di innovazione, la vecchiaia non sempre di saggezza e le informazioni non sempre di conoscenza.
Certo, l’intelligenza è merce rara al giorno d’oggi perché richiede un impegno costante, dedicato, riflessivo che deve andare oltre il comune sentire e per il bene comune e oltre l’effimero apparire social. Politicamente é più facile e redditizio solleticare con slogan la pancia degli elettori piuttosto che la loro mente, la loro anima e il loro cuore e con politiche che gli antichi romani chiamavano del “panem et circenses” e i borboni “feste, farina e forca” e a tutto vantaggio di chi queste politiche attua.
L’ignoranza è la gratificazione di tutti quegli incapaci chiamati a decidere che fanno un culto di essa per dire a chi li ascolta: io sono come te!
L’ignoranza al potere.
Un pensiero su ““Uno è per me diecimila, se è il migliore””