Ommini, omminicchi e quaquaraqquà


Questo è il brano, tratto da “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia in cui il padrino mafioso Mariano esprime il suo rispetto per il protagonista del romanzo, il capitano Bellodi:

«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi.

E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.»

Aggiungo solo una nota personale per esprimere la nostalgia di uno degli ammonimenti che i saggi anziani in tempi andati rivolgevano spesso ai giovani, ma anche ai meno giovani, ammonendoli con un semplice “fanne l’ommu”.  Non era un banale invito a fare il duro o il macho, ma ad essere forti nei confronti degli eventi, belli o brutti, che la vita riservava, un invito a vivere con dignità assumendosi sempre con integrità morale le responsabilità del proprio agire.

Gli uomini diventano sempre più una schiera sottilissima che va scomparendo. Purtroppo!

 

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