Il disagio non è un destino, ma una responsabilità politica


Caro Franco, non è la prima volta che interloquisco con te pubblicamente, ricordi quel tuo post in cui dichiaravi che fai parte della migliore amministrazione del dopoguerra e che ne avremo viste delle belle? Non vorrei essere nei panni di chi ti sta ancora accanto per non gridare ad una jattura e bene fai a non esprimerti sugli eventi di attualità. Ovviamente scherzo!

Mi hanno recapitato il post ultimo che tu hai scritto su facebook dove annunci la tua ricandidatura. Nulla questio, ognuno è libero di fare le proprie scelte come meglio crede. Permettimi però di eccepire sulle motivazioni che al di là di generiche affermazioni nulla raccontano della realtà e non voglio entrare nel merito delle opere di cui parli altrimenti scivoleremmo in un contraddittorio che per senso di responsabilità civica e umanità cristiana non mi va di intraprendere.

Avrei meglio compreso, capito e apprezzato, ma anche giustificato, motivazioni che fossero state di solidarietà per la vicenda umana e giudiziaria del sindaco, cosa che non traspare in nessun passo del tuo post.

Parlare però, come fai tu, ma non solo tu, di un paese che sembra lì lì perché gli sia assegnato il premio Nobel per capacità amministrative proprio no.

È di poco tempo fa un’indagine Istat che disegna il nostro comune tra i più arretrati e fragili e che vive un forte disagio socioculturale ed economico che ci porta in questa graduatoria a superare di gran lunga gli indici di tollerabilità e a piazzarci all’ottavo posto in provincia di Lecce e al trentaquattresimo in tutta la Puglia tra i comuni più disagiati.

Questo studio è stato pubblicato dalla stampa locale solo dal Gallo di Tricase (vd. articolo in nota) e nessuno ne ha fatto menzione ed esso rileva importantissimi indici che sempre al di là di narrazioni trionfalistiche raccontano un paese ben diverso.

Perché siamo un “Comune Fragile”

I dati pubblicati dall’Istat non sono opinioni, ma il risultato di indici tecnici che misurano la tenuta di una società. Ruffano soffre per tre fattori critici che l’amministrazione o ha nascosto sotto il tappeto delle narrazioni o che non conosceva (ipotesi più benevola):

  • IVSM (Indice di Vulnerabilità Sociale e Materiale): Questo parametro non guarda solo al reddito, ma alla qualità della vita. Misura l’affollamento delle case, il basso livello di istruzione e la quota di famiglie che vivono in isolamento sociale. Ruffano segna rosso: qui la povertà non è solo monetaria, ma è povertà di opportunità.
  • Indice di Dipendenza Strutturale: Con una popolazione che invecchia e giovani che fuggono (nonostante le “festicciuole”), il carico sociale grava su pochissime spalle produttive. Un comune che non crea lavoro vero, ma solo “lavoretti” e qualche “bonus” legato all’effimero, è un comune destinato al collasso demografico così come in realtà sta succedendo.
  • Tasso di NEET e Abbandono Scolastico: La fragilità sociale nasce nelle scuole. Senza un investimento serio sulla cultura e sulla formazione professionale, cresce un paese incapace di un pensiero riflessivo, critico e autonomo.

Quindi viene da dire che quando la festa e la narrazione finisce, resta solo il disagio (e il silenzio)

Secondo me c’è un’espressione che descrive perfettamente il presente e il recente passato di Ruffano: dissociazione cognitiva. Da un lato c’è stato un borgo scintillante, quello dei selfie sotto le luminarie, delle piazze affollate per l’ennesima “festicciuola” stagionale e della narrazione di un “paese guida” che brilla di luce propria nel basso Salento. Dall’altro, però, c’è la realtà dei numeri, fredda e spietata come una sentenza.

I dati Istat non lasciano spazio a interpretazioni: Ruffano è scivolato verso il fondo della classifica provinciale e regionale per disagio socioeconomico. Ma la vera notizia non è il dato in sé, quanto il silenzio assordante che lo ha accolto.

Mentre il tessuto economico locale arrancava, l’amministrazione comunale sembrava aver scelto la via più facile: quella della distrazione di massa con narrazioni elucubrative ed esaltazione dell’effimero. È la politica dell’apparenza, dove il successo di un mandato si misura in decibel e numero di visitatori per una sera, anziché in posti di lavoro creati, servizi sociali potenziati o opportunità per i giovani.

Si amministra per l’algoritmo di Facebook, puntando tutto sull’immagine di un paese-vetrina. Ma dietro quella vetrina cosa c’è? C’è un territorio che fa fatica, famiglie che stringono la cinghia e una cronica mancanza di visione strategica che vada oltre la prossima locandina colorata.

Il dato più preoccupante, però, non riguarda chi governa, ma chi viene governato. La mancanza di commenti ai dati del disagio pubblicati suggerisce un fenomeno inquietante: l’assuefazione.

“Preferiamo ballare sulle macerie piuttosto che chiederci perché le stiamo calpestando.”

La narrazione del “paese guida” è diventata una coperta di Linus: ci rassicura, ci fa sentire importanti, ma non ci protegge dal freddo della crisi economica. Chi non critica, chi non analizza questi numeri incontestabili, sta di fatto firmando la resa di un’intera comunità, ma allo stesso tempo chi critica non è contro la comunità.

Non bastano i fiori ai balconi per nascondere il declino di un sistema. Un paese guida è quello che sa affronta i propri deficit, che investe nel welfare e che ha il coraggio di guardarsi allo specchio senza filtri Instagram.

Continuare a ignorare i dati Istat per non rovinarsi la festa non è ottimismo: è cecità, è responsabilità politica. Ruffano merita di più di un calendario di eventi; merita una classe dirigente e una cittadinanza che abbiano il coraggio di ammettere che, spenti i riflettori, il disagio resta lì, identico a prima. Anzi, un po’ più profondo.

Ma prima di oggi, in altri miei articoli su questa pagina, avevo già tratteggiato la situazione che l’Istat descrive scientificamente.

Non è vero poi che, come tu dici, l’opera più grande compiuta dalla amministrazione di cui hai fatto parte è la “pacificazione sociale” senza spiegare cosa si intende per pacificazione. Io posso essere testimone che non è così (ma anche altri insieme a me possono testimoniare) e non per mia volontà, ma per la perfidia di soggetti che con te sedevano in amministrazione comunale.

Per concludere devo convenire con quanto dici nella stessa conclusione del tuo post: “il progetto che abbiamo creato è più grande di noi…”

Forse hai ragione ed è probabilmente tanto grande che non avete avuto le capacità e le conoscenze per governare tale progetto tanto che vi è sfuggito dalle mani clamorosamente e “bruscamente”.

Con gli stessi ingredienti si può fare solo sempre la stessa torta.

Sempre con rispetto.

https://www.ilgallo.it/attualita/disagio-socioeconomico-salento-che-fatica

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