
“FRANZA O SPAGNA, PURCHE’ SE MAGNA”
( Francesco Guicciardini)
Professionisti del silenzio: il prezzo della fedeltà all’ombra del Comune
Esistono dinamiche politiche locali che, pur consumandosi nel perimetro di una piccola comunità come la nostra, offrono uno spaccato emblematico dello stato di salute della democrazia nel nostro Paese. Il caso della recente tornata elettorale nel nostro Comune ne è un esempio quasi da manuale: una vicenda in cui il consenso plebiscitario si intreccia con una complessa vicenda giudiziaria e con il silenzio, quasi unanime, della classe dirigente locale.
Il sindaco uscente è stato riconfermato alla guida dell’amministrazione con una maggioranza schiacciante. Un dato che in circostanze normali certificherebbe un indiscutibile successo amministrativo, ma che in questo contesto solleva profondi interrogativi di carattere etico e istituzionale.
L’elemento che colpisce maggiormente l’osservatore esterno non è tanto la vicenda giudiziaria in sé — la cui rilevanza penale sarà accertata nelle sedi opportune nel rispetto della presunzione di innocenza — quanto l’assoluto deserto democratico in cui si sono svolte le elezioni e certo non è una responsabilità ulteriore attribuibile al sindaco. Alle urne si è presentata una sola lista. Le potenziali opposizioni hanno rinunciato alla competizione in prima battuta, scoraggiate, è vero, dall’ampio e radicato consenso di cui il sindaco gode nell’elettorato, ma anche per l’oggettiva difficoltà di impostare una campagna elettorale in un contesto sociale culturalmente permeabile al fascino del potere, dove lo scontro politico si sarebbe inevitabilmente spostato dai programmi ai faldoni della Procura.
Il paradosso più inquietante si è registrato tuttavia sul piano del dibattito pubblico. Di fronte a una situazione istituzionalmente così anomala, le uniche reazioni di dissenso, scritte o veicolate verbalmente, non sono state indirizzate verso l’opportunità politica della ricandidatura di un amministratore che da lì a poco sarebbe stato rinviato a giudizio. Al contrario, una dura e a volte decisa stigmatizzazione ha colpito quelle rare voci libere che hanno provato a sollevare una riflessione etica sulla vicenda subendo anche accuse ingenerose, per usare un eufemismo, di vigliaccheria, invidia, sobillazione, leso civismo. Quasi una lezione di moralità ma non una parola sull’opportunità morale di una candidatura compromessa non da voci di piazza malevoli, ma da gravi accuse mosse dalla magistratura dopo meticolose indagini.
Ciò che desta maggiore amarezza è la provenienza di questi attacchi e di questi silenzi accondiscendenti. Non è l’amarezza per la reazione scomposta di un elettorato privo di strumenti critici, bensì del posizionamento di una parte significativa della classe intellettuale e professionale del territorio. Persone che per cultura, formazione e ruolo sociale dovrebbero custodire e promuovere l’indipendenza del giudizio e il valore della legalità (anche talvolta per loro formazione professionale), hanno scelto la via dell’allineamento silenzioso o della difesa d’ufficio dello status quo, ma anche di quella classe politica che magicamente ha operato la muta della pelle o, che per miracolo, da lupi che digrignavano i denti si sono trasformati in pecore belanti, che da censori della morale si sono trasformati in moralisti dei censori.
Un fenomeno di fronte al quale è difficile non scorgere un legame di causa-effetto con la gestione delle risorse pubbliche e per essere più prosaici un rapporto di interessi (tu mi dai ed io ti riconosco). Esaminando gli atti amministrativi, emerge infatti come una parte non trascurabile di questi professionisti del silenzio o della critica selettiva sia destinataria di lauti e continuativi incarichi di consulenza e collaborazione distribuiti direttamente dall’ente comunale, ma anche da remunerative assunzioni a tempo indeterminato.
I moralisti di un tempo che fu, che con la loro cieca furia distruttrice e spalleggiati dal Don Rodrigo di turno, menavano fendenti a destra e a manca, ora sembrano essere scivolati verso una dimensione puramente utilitaristica. Quando la capacità critica della classe dirigente viene subordinata alla logica dell’assegnazione di incarichi e compensi, il risultato è che il dibattito pubblico si azzeri e che l’ignavia diventi la norma.
Resta il quadro mortificante di una comunità in cui il dissenso etico, anche quando viene espresso con un’ironia stemperante, viene trattato come una colpa, mentre l’anomalia istituzionale viene istituzionalizzata attraverso il voto e monetizzata attraverso l’incarico e i favori di bassa lega.